DOPO DI ME IL DILUVIO


123547-mdNon entro nel merito della riforma della Costituzione. Ormai fior di esperti della materia hanno già evidenziato i difetti di forma e di sostanza di ciò che dovrebbe essere il “fiore all’occhiello” di Renzi per risanare l’Italia. Il loro consiglio è di votare NO. Invece Renzi invita al SI con una “minaccia” sbagliata: se non mi seguite, dopo di me il diluvio. Ecco uno dei suoi tanti slogan “minacciosi”: “Basta un sì per cambiare tutto. Basta un no per non cambiare nulla, ci giochiamo in due mesi i prossimi 20 anni”. A questa visione pessimista del futuro in caso di vittoria del NO si oppone Stefano Parisi. Egli è convinto che un governo di centro-destra potrà fare una migliore riforma della Costituzione con idee ben diverse da quelle di Renzi, il quale punta soprattutto a dare maggior potere a Palazzo Chigi e minore partecipazione democratica agli elettori. E nel programma di governo che Parisi sta preparando su richiesta di Berlusconi, nel tentativo di rendere più credibile e votabile la futura coalizione di centrodestra, vi sono anche idee e provvedimenti, con i quali attuare alcuni importanti articoli della Costituzione del tutto dimenticati e quindi “cancellati” dalla vita politica del Paese. In particolare mi riferisco all’articolo 9, dove si parla di promuovere la ricerca scientifica e tecnica, da sempre non promossa in Italia (per il 2017 il governo Renzi ha stanziato 94 milioni per la ricerca, mentre la Germania ha stanziato 5 miliardi…); all’articolo 33, la cui mancata attuazione ha impedito di dare alle famiglie italiane la piena libertà di scelta educativa tra scuola pubblica e scuola privata paritaria, che pertanto non è affatto “paritaria”, come invece lo è nei principali paesi europei; all’articolo 47, che avrebbe dovuto favorire un sistema economico liberale e non statalista; all’art. 49, la cui mancata attuazione nel regolare la vita dei partiti ha favorito lo sviluppo di una devastante e corrotta oligarchia politica; all’art. 118, che avrebbe dovuto porre il principio di sussidiarietà alla base del sistema amministrativo del Paese, favorendo le autonomie locali e l’associazionismo, anche per contenere il peso dello Stato ed evitare lo sperpero del denaro pubblico. Parisi punta alla costruzione di un programma di governo veramente liberale e popolare, obiettivo mai perseguito o realizzato dai governi operanti dagli anni 60 in poi e alla cui realizzazione miravano grandi statisti come Luigi Sturzo, Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi. E anche grandi imprenditori come Adriano Olivetti, entrato in Parlamento nella seconda metà degli anni 50 nel tentativo di aprire le porte al moderno capitalismo partecipativo e solidale sulla scia di quanto suggerito dalle Encicliche Sociali e di quanto lui stava realizzando a Ivrea e a Bagnoli. Questa cultura liberale fu sconfitta dall’apertura della Dc a sinistra, dove prevaleva una cultura di tipo statalista e quindi illiberale. Pertanto non è esatto, storicamente, quando ha scritto ieri Giampaolo Pansa su LA VERITÀ: “Ragionando sull’80° compleanno del Cavaliere, esiste una domanda che è impossibile evitare: Berlusconi è stato utile all’Italia? Dopo averlo combattuto per anni su almeno tre giornali, oggi penso di sì. Ma non perché abbia sempre governato bene. Come è fatale, la sua storia di leader politico del centrodestra presenta luci e ombre. Però il mio giudizio è legato a un merito del Cav che non sempre viene ricordato. Restando a Palazzo Chigi per anni, sia pure con qualche intervallo, ci ha dimostrato che la sinistra italiana, nelle sue varie parrocchie, era una casta per niente superiore alle altre. Commetteva anche lei errori, ruberie, passi falsi. Mostrava incertezze e arroganze. Mandava avanti personaggi inconsistenti, mediocri, capaci di procedere soltanto da un disastro all’altro”. Ne consegue che per Pansa l’utilità e il merito di Berlusconi si limitano al fatto di aver fatto scoprire agli italiani che la sinistra italiana “era una casta per nulla superiore alle altre”. È facile replicare a Pansa che questo difetto è stato da lui scoperto (e non da Berlusconi) con almeno 60 anni di ritardo e nella cui trappola ci cadde la Dc e l’Italia con il primo governo Moro di centrosinistra nel 1963. Apertura a sinistra, è bene ricordarlo, sconsigliata e combattuta per i suoi pericoli da De Gasperi, Sturzo, Einaudi e Olivetti. Invierò a Giampaolo Pansa il mio libro edito da Rubbettino “GOVERNARE BENE SARÀ POSSIBILE: COME PASSARE DAL POPULISMO AL POPOLARISMO”, dove questa triste storia – per la drammatica deformazione culturale che ha colpito l’Italia – è descritta nelle varie fasi, dalla sua nascita all’auspicabile sua fine con l’arrivo – è il mio auspicio – del popolarismo liberale. Un sistema di governo del popolo e per il popolo teorizzato per primo da Leone XIII con la “Rerum Novarum” del 1891, realizzato da Luigi Sturzo nei suoi 15 anni alla guida amministrativa di Caltagirone (1905-1920), promosso da Adenauer con la rinascita della Germania e finalmente realizzabile in Italia, se il coraggioso e difficile tentativo di Parisi avrà successo. Il 30 settembre scorso Ernesto Galli della Loggia ha scritto un articolo sul Corriere della Sera dal titolo “UNA DESTRA CHE NON HA IDENTITÀ” in cui si legge: “Cambiando l’identità della Sinistra italiana, Renzi ha obbligato anche la Destra a cambiare la propria. Ma la Destra non se n’è accorta, e proprio perciò continua ad annaspare”. Non mi sembra che la vera Sinistra e la vera Destra abbiano voglia di cambiare la loro identità, perché non dovrebbero più chiamarsi Sinistra e Destra. Il problema è che in Italia mancano da sempre un governo e una cultura di Centro, al quale appartiene gran parte dell’elettorato, oggi per lo più lontano dalle urne. Nel lontano 1923 (quasi un secolo fa!) Luigi Sturzo scriveva: “Per noi il centrismo ha lo stesso significato del popolarismo, in quanto il nostro programma è temperato e non estremo di destra o di sinistra, perché:  vogliamo la libertà, ma non cediamo alla tentazione di volere la licenza;  ammettiamo l’autorità statale, ma neghiamo la dittatura;  rispettiamo la proprietà privata, ma ne proclamiamo la funzione sociale;  siamo democratici, ma escludiamo le esagerazioni dei demagoghi. Noi diamo valore fondamentale, anche nella vita pubblica, all’etica, che è per noi norma insopprimibile e superiore a quella che si chiama ‘ragion politica’ o ‘ragione economica’. E il popolarismo non piega né a destra né a sinistra, non è una linea mediana fra la destra e la sinistra, come dire un colpo alla botte e uno al cerchio. Politica da equilibrista, che si ridurrebbe in fondo a non sapere che pesci prendere. Questa posizione non è tattica, ma è programmatica, cioè non deriva da una posizione pratica di adattamento o di opportunità, ma da una posizione teorica di programma e di idealità”. Ne deriva che il popolarismo sturziano aveva una sola anima, una sua precisa identità: quella moderata o temperata di centro, un centro che non doveva piegare né a destra né a sinistra, perché non vi avrebbe trovato nulla di utile, tutt’altro. Con questi propositi Alcide De Gasperi intendeva governare l’Italia nel dopoguerra. E per non far deviare la Dc a destra o a sinistra, dove non c’era nulla di utile, propose nel 1953 il sistema elettorale con il premio di maggioranza da dare al partito che avesse ottenuto più del 50% dei voti. La sinistra la bollò come “legge truffa”. Purtroppo, per poche migliaia di voti, la Dc non ottenne la maggioranza assoluta. Dieci anni dopo la Dc aprì a sinistra per “la ferrea necessità di avere un governo”. Nel suo ultimo discorso, pronunciato al Congresso Dc di Napoli il 2 giugno 1954, De Gasperi profetizzò: “Solo se siamo uniti siamo forti, se siamo forti siamo liberi di agire e possiamo sviluppare il nostro piano di rinnovamento, scegliere i nostri compagni di viaggio per libera volontà. Se siamo divisi o indeboliti dalle nostre discordie, diventiamo schiavi della situazione parlamentare. Non sarà più il nostro pensiero programmatico che creerà convergenze, ma la ferrea necessità di avere un governo ci costringerà a qualunque coalizione senza condizioni. Noi siamo già sull’orlo di questo destino”. De Gasperi morì tre mesi dopo, Sturzo cinque anni dopo, Olivetti all’inizio del 1960 ed Einaudi il 30 ottobre 1961. La strada era spianata per deviare a sinistra e aprire le porte alle tre ‘malebestie’ temute e profetizzate da Sturzo: statalismo, partitocrazia e sperpero del denaro pubblico. Ora siamo arrivati alla minaccia del “dopo di me il diluvio”. Ma il “diluvio” ha già colpito da tempo l’Italia. È mia convinzione che il ritorno graduale del bel tempo potrà venire solo con l’arrivo – per la prima volta in Italia – della politica liberale e popolare che Stefano Parisi intende proporre per dare al centrodestra la sua vera identità culturale. Ne sarebbe lieto anche Galli della Loggia, che il 9 febbraio 1996 – nel partecipare a un convegno sul tema “Se ci fosse don Sturzo: il cattolicesimo liberale per una nuova etica dell’economia e delle istituzioni” – mise in rilievo la grande attualità e modernità del pensiero sturziano e concluse il suo intervento con questo auspicio: “Torniamo a Sturzo per sentirci più liberi e più forti sulla via del rinnovamento che l’Italia ha dinanzi a sé”. Sono passati più di 20 anni e il rinnovamento è purtroppo mancato. Il pessimismo di Renzi per i prossimi 20 anni, se il 4 dicembre dovesse vincere il NO, può essere sconfitto dal rinnovamento auspicato da Galli della Loggia nel 1996.

Giovanni Palladino

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...