DONALD #TRUMP: IL SIGNIFICATO DI UNA VITTORIA


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Per commentare la netta vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali americane dell’8 novembre devo semplicemente ripetere e adattare il mio commento al risultato del referendum britannico del 24 giugno. Nel successo netto della Brexit come nel successo del candidato repubblicano c’è la stessa logica: i cittadini (in maggioranza) vogliono che gli eletti rispondano a loro e non a poteri concentrati ed esterni: Bce, Fed, Commissione europea, multinazionali, banche e società finanziarie (oltre che agenzie di rating, istituti di sondaggio e giornali o tv). Vogliono che riscoprano l’interesse nazionale e non seguano astratte teorie economiche e politiche che spostano sempre nel futuro i risultati benefici della loro applicazione. Perché la gente comune, quella che guadagna ogni giorno di che vivere, vive “qui e ora” e non nelle rarefatte stanze dei “poteri forti”.

Scrivendo a caldo questa nota, non sono ancora disponibili i dati sull’affluenza e sui flussi elettorali. Ma bastano i grandi numeri. Con 290 voti dei “grandi elettori”, Trump ha superato nettamente i 270 necessari per vincere. A livello popolare, ha avuto oltre un milione di voti più di Hillary Clinton. Tutti i sondaggi sono stati largamente smentiti. L’appoggio dei grandi giornali e media non è stato sufficiente alla candidata democratica per vincere. Il presidente uscente, Barack Obama, ha oltrepassato i limiti della correttezza istituzionale, spendendosi oltre misura, insieme alla moglie Michelle, a favore di Hillary: alla fine è stato controproducente e ha incassato un giudizio negativo sugli otto anni della sua presidenza. Camera e Senato sono a maggioranza repubblicana e questo inciderà sulla nomina del seggio vacante alla Corte Suprema. La sconfitta di tutto ciò che va sotto il nome di “establishment” è stata netta: Wall Street può vendicarsi, ma fino a quando potrà restare autolesionista?

Tirano un sospiro di sollievo a Pechino e a Mosca, che la Clinton avrebbe messo sotto tiro. Vincitore è senza dubbio Vladimir Putin. C’è da sperare che, fino all’insediamento di Trump il 20 gennaio prossimo, non accada niente di inconsulto e drammatico, come qualche scontro russo-americano sui cieli della Siria. Il complesso militare-industrialefinanziario esce ridimensionato: c’è da sperare che prevalga il senso di realtà e il rispetto istituzionale. Mentre si rafforza la posizione del Regno Unito che ha scelto la Brexit, l’ansia rischia di impadronirsi di Bruxelles, che rischia di restare l’unico superpotere sganciato dal consenso dei cittadini. Francia e Germania hanno adesso una maggiore libertà d’azione, ma anche di responsabilità: la Clinton le avrebbe rimesse in riga.

Il TTIP (Trattato di libero scambio transatlantico) rischia di andare definitivamente in soffitta mentre il TPP (Trattato di partnership del Pacifico) difficilmente sarà ratificato dagli Usa. Questo significa che ogni Stato dovrà rivedere i suoi punti di forza e di debolezza. L’Italia è molto indietro su questa strada: nei fatti se non nelle (ultime) parole di Matteo Renzi. È evidente che l’Italia non può fare a meno dell’Europa, ma deve dire quale Europa vuole. Il vecchio europeismo è morto già da tempo. Lo shock Trump potrebbe essere molto utile per rifondare il processo d’integrazione europea e una diversa Europa potrebbe diventare sul serio un fattore di pace e di collaborazione a livello globale. La rottura del continuismo tranquillizzante (beninteso per gli habentes) impone a tutti di far lavorare il pensiero. Occorrono nuove idee: sul piano istituzionale, politicoorganizzativo, economico, sociale. Chi ha voglia di pensare ha davanti a sé uno spazio che sembrava precluso. Già si pensava, erroneamente, a come sanare la ferita della Brexit. La vittoria di Trump è qualcosa di molto più profondo. La sequenza BrexitTrump è analoga a quella Thatcher-Reagan del 1979-1980. Allora l’Europa capì poco e male la svolta. Bisogna augurarsi che non perda questa nuova occasione.

Alessandro Corneli

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