RIFLESSIONI SUL DOPO #TRUMP


trump

Ho sperato ardentemente che la Clinton perdesse per dieci motivi: 1) non mi piacciono le dinastie; 2) il blocco cultural–sociale Hillary–Wall Strett si prospettava micidiale; 3) i Clinton si collocano al vertice dell’avidità personale; 4) il presidente Clinton, con alcuni suoi provvedimenti e soprattutto la revoca il 12.11.1999 del principio introdotto nel 1933 da Roosevelt della separazione tra banche d’affari e banche commerciali (Glass Steagall Act), ha fatto danni enormi al mondo intero; 5) Hillary Clinton come segretario di stato ha fatto solo disastri; 6) Hillary Clinton e molti di quelli che la sostengono è una guerrafondaia come i comportamenti nei confronti della Russia inequivocabilmente dimostrano (vedi Ucraina e Siria); 7) la signora ha scaricato di brutto Sanders che rappresentava una componente importante del popolo dei democratici, e che era stato dato vincente su Trump in tre sondaggi; 8) mai, in nessun momento la Clinton mi è sembrata una persona genuina, sincera e affidabile; 9) il fatto che abbia concentrato la campagna elettorale essenzialmente su fatti sessuali di Trump, dimostra la mancanza di intelligenza sua e dei suoi consulenti, così come lo dimostra la sua assurda affermazione rivolta agli elettori: “io sono l’unica cosa tra voi e l’apocalisse”; 10) con Trump siamo saliti, come dice un bravo giornalista americano, su un ottovolante, rischioso, aggiungo io, ma mai così rischioso come la schiavitù del “continuismo tranquillizzante” sotto il tallone del blocco di potere Hillary-Wall Street. Ma ora che Trump è stato eletto bisogna collaborare ad alzare le difese democratiche verso chiunque minaccia lo spirito democratico, che ha bisogno di pensiero e di verità (la parrēsia dei greci), e contro gli aspetti negativi di Trump che sono tanti e minacciosi. Per questo ho sottoscritto con convinzione l’allegata lettera aperta indirizzata a Trump dagli avaaziani, movimento di opinione di portata mondiale, con le istanze del quale quasi sempre mi identifico. Chiunque condivida le tesi della lettera è libero di sottoscrivere.
Ma accanto a questo bisogna pensare in positivo. Si apre una nuova grande possibilità anche per l’Europa, come già con Brexit. Io sono molto d’accordo con Alessandro Corneli quando scrive: “La rottura del continuismo tranquillizzante (beninteso per gli habentes) impone a tutti di far lavorare il pensiero. Occorrono nuove idee: sul piano istituzionale, politico organizzativo, economico, sociale. Chi ha voglia di pensare ha davanti a sé uno spazio che sembrava precluso. Già si pensava, erroneamente, a come sanare la ferita della Brexit. La vittoria di Trump è qualcosa di molto più profondo. La sequenza Brexit-Trump è analoga a quella Thatcher-Reagan del 1979-1980. Allora l’Europa capì poco e male la svolta. Bisogna augurarsi che non perda questa nuova occasione”. E sono anche molto d’accordo con Bill Emmont, per tredici anni direttore dell’Economist che concede a Trump la possibilità di trasformarsi da “dangerous unfit” (inadatto pericoloso) in una speranza: “Perché potrebbe attaccare i suoi difetti genetici (del sistema), i suoi veri nemici, ovvero le banche d’affari. La vergogna della finanza globalizzata, che mette in crisi Paesi, l’eccesso di potere dei monopoli, dei giganti dell’agroindustria e della farmaceutica, la disuguaglianza spaventosa di reddito tra ricchi e poveri. Il grido di Trump di voler ridare dignità alla classe media potrebbe andare in questa direzione. E contro i monopoli potrebbe addirittura imitare le politiche di Theodore Roosevelt che spezzò decine di grandi trust, da Standard Oil a Tobacco e Northern Securities”. È solo una speranza, una tenue speranza, ma una speranza preclusa con la Clinton, per la ragione che Lei stessa ha spiegato con sorprendente, per Lei, genuinità in un discorso alla Goldman Sachs nell’aprile 2014: “In qualche modo mi sento lontana (dalle lotte della classe media) e questo per la vita che ho vissuto e per il patrimonio economico di cui mio marito e io oggi godiamo”.

Marco Vitale

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