POTERE POLITICO E POTERE ECONOMICO


url-52Prendo spunto dal recente articolo di Libera e Forte per aggiungere qualche riflessione sul tema dei rapporti tra politica e denaro. Ovviamente distinguerò tra l’ESSERE (le cose come sono e come vanno) e il DOVER ESSERE (come le cose dovrebbero andare). Primo punto. La partitocrazia, nei sistemi “democratici”, è superata da molto tempo. Ormai si vive nella lobbycrazia. Ad essa si ispirano i principali centri di potere del mondo, che sono anche quelli dei più avanzati. Mi riferisco in particolare al complesso Congresso-Casa Bianca degli Stati Uniti, al complesso burocrazia-governo-grandi imprese del Giappone, al complesso Parlamento-Commissione europea di Bruxelles, al complesso Cremlino-grande industria in Russia, al complesso Partitobanche-industria in Cina. Per gli altri paesi, il fenomeno si riproduce a livello quantitativo inferiore. Secondo punto. Il lobbysmo è un fenomeno antico, naturale, spontaneo che si fonda su tre principi: proprietà privata, concorrenza e libertà di pensare e di agire. Tradotto in termini semplici, ciò significa che ciascuno tende a fare il proprio interesse (ovviamente secondo quello che giudica sia il suo interesse – a breve, medio e (più di rado) lungo termine. In questa miriade di decisioni individuali (principio del liberalismo, dell’economia di mercato, della legge della domanda e dell’offerta, della libera concorrenza) si formano alleanze spontanee tra coloro che perseguono gli stessi interessi. Nell’antica Atene, i mercanti/armatori formavano un partito che voleva una politica imperniata sulla forza navale, sull’espansione marittima, sui profitti che ne derivavano, e si scontravano con il partito formato dai proprietari terrieri/aristocratici (in genere), che volevano una politica più orientata al controllo del territorio interno. Nell’antica Roma repubblicana, le alleanze partitiche si formavano avendo per oggetto la distribuzione delle terre conquistate: se accumulabili nelle mani dei latifondisti o se distribuibili tra i veterani; si aggiunge poi il partito dei “cavalieri”, mercanti, banchieri in prevalenza, interessati alle conquiste militari; poi i generali volevano i comandi per saccheggiare le province e poi governarle, ecc. Tutti costoro formavano partiti che si combattevano in Senato e nelle elezioni, profondendovi grandi quantità di denaro comunque raccolto, e chi già ne disponeva di famiglia si trovava avvantaggiato. Anche allora i Trump e i Clinton si contendevano le più alte cariche. Da notare che le maggiori aziende e lobby hanno finanziato la Clinton molto più di Trump, evidentemente scontando i vantaggi che ne avrebbero ricavato. Terzo punto. La questione non è che “la politica costa” in quanto gara per conquistare le cariche pubbliche. Costa nel senso che ogni politica, per essere realizzata, coinvolge il denaro. Se si decide di mandare tutti i ragazzi a scuola fino a una certa età, se si decide di fare un’autostrada, se si decide di costruire una diga o una centrale per la produzione di elettricità o semplicemente di chiudere le buche nelle strade – tutto questo costa, tutto questo deve essere finanziato e appaltato a qualcuno. A qualcuno che lo farà in funzione del profitto che ne può ricavare e non per beneficenza.

Ciò vuol dire che ogni decisione politica si trasforma in una erogazione di denaro, che a questo denaro sono in molti a puntare, che la scelta dipende dai politici e quindi si costruiscono legami tra erogatori di denaro e percettori di denaro. Si capisce che si vorrebbero decisioni politiche non influenzate da legami di partito o di lobby ma anche nell’ipotesi di una decisione puramente tecnica, senza nessuna tangente in tasca ai politici, il vincitore dell’appalto avrebbe un beneficio rispetto ai perdenti, la sua posizione sul mercato si rafforzerebbe, ecc. Bisognerebbe inventare – ma nessuno lo ha fatto – un sistema politico che prendesse decisioni politiche senza conseguenze economiche; ma questo è impossibile, perché ogni decisione politica ha una implicazione economica. Vogliamo costruire musei e valorizzare il patrimonio archeologico? Persone e imprese se ne avvantaggeranno, oltre, naturalmente, la cultura. Quarto punto. Questo meccanismo non è evitabile nemmeno in un sistema che non si fondasse sulla proprietà privata, sulla concorrenza e sulla libertà. L’enorme macchina burocratica darebbe comunque origine a una distribuzione ineguale di potere e di vantaggi, come storicamente abbiamo visto, con il corollario di una minore efficienza e il sacrificio della libertà. Quinto punto. La buona volontà individuale, la correttezza personale, ecc. non possono essere segmentate: da una parte politici onesti, dall’altra parte imprenditori disonesti (ma è disonesto cercare di ottenere un appalto?). Se si ammette il principio della concorrenza senza frontiere (liberalizzazioni spinte in senso orizzontale e verticale), allora facciamo della Cina la “fabbrica del mondo” e ogni piccolo “cinese” nazionale può versare illegalmente piccole quantità di prodotti tossici dove gli capita e ogni piccolo gendarme comunale può chiudere gli occhi, gratis o no. E così via. Anche nel Vangelo ci sono le ancelle che vegliano e quelle che dormono. È evidente che occorrerebbe una speciale categoria di sorveglianti: dovrebbero essere i magistrati, ma fin dai tempi antichi la categoria dei giudici è sempre stata considerata asservita al potere… “Chi veglierà sui guardiani?”. Ci sarebbe un ruolo per la libera informazione, ma se le denunce fossero seguite dai fatti. E questo non accade: paga il più debole, il meno protetto: e gli altri si tranquillizzano. Sesto punto. Invocare la separazione tra politica ed economia è bello astrattamente, ma in concreto non solo non è possibile, ma è fuorviante: facilita lo status quo. Come invocare la moralizzazione. Sono d’accordo con il principio sturziano che “la buona politica si costruisce sulla buona cultura”, ma a condizione che la buona cultura sia concreta e dettagliata, puntuale sulle singole questioni, e confortata dai fatti, dai comportamenti dei poteri pubblici. Quando si traduce in proposte concrete: l’attuale proposta di riforma della Costituzione italiana, ad esempio, prescinde da tutto questo: è una prova di forza politica per decidere soltanto come rafforzare – e non contrastare – il legame tra politica ed economia. Non importa a vantaggio di chi oggi o domani. Settimo punto. Le osservazioni di Sturzo e Olivetti sulla partitocrazia e sulla fine dei partiti  sono comuni a tanti altri politologi fin dalla fine dell’Ottocento: sono descrizioni di fatti in evoluzione. Il rimedio della sussidiarietà non basta poiché il meccanismo politici-economia si riproduce a qualsiasi livello. Il rimedio della moralizzazione varrebbe solo se ci fosse un meccanismo di controllo e repressione delle violazioni realmente informato e indipendente. Il vero, ultimativo rimedio proposto dalla dottrina sociale della Chiesa, come tratta dal Vangelo, è nell’avvertimento reiterato di Gesù sulla “geenna” che aspetta i peccatori. Ma questo rimedio è stato espulso dalla democrazia laica la quale ha accettato la logica delle lobby, cioè la logica dei più forti. Forti sì, ma liberi no.

Alessandro Corneli

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