#REFERENDUM: LA DISFATTA DEL DILETTANTISMO


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L’alta partecipazione al voto e il netto distacco (60 a 40) con cui è stata respinta la riforma costituzionale targata Renzi-Boschi portano a un giudizio semplice e univoco: gli elettori, su una questione importante, hanno dimostrato di essere capaci di un giudizio maturo che è suonato come una condanna irreversibile, e si spera definitiva, del dilettantismo che ha dominato gli ultimi tre anni della vita politica italiana. Un dilettantismo che ha contagiato anche molti osservatori e commentatori politici, avvezzi a giudizi più ponderati, fondati sui fatti e non sulle illusioni. Naturalmente non prendiamo in considerazione i soliti che cercano di saltare sul carro del (presunto) vincitore. Distinguo la maturità degli elettori dall’alleanza occasionale delle forze politiche che, schierandosi per il NO, adesso cantano vittoria. Gli elettori, bene o male hanno capito due cose:

la prima, non so quanto profondamente, ma comunque in modo significativo: la riforma costituzionale era fatta veramente male, piena di buchi e di contraddizioni, del tutto indegna della tradizione giuridica e culturale italiana;

la seconda, capìta in modo chiaro, e cioè la riduzione dell’attività del Governo (dico: del Governo, non di un consiglio comunale di un paesetto di montagna o che vive di turismo sul mare) a una fabbrica di spot a getto continuo, di strumentalizzazione sistematica di dati imprecisi, di entusiasmo mistificatore, di sicumera ingiustificata. Ribadisco: vittoria degli elettori maturi, da tenere ben distinta dalle forze politiche che hanno sostenuto il NO, ma lo hanno fatto con argomentazioni generalmente banali e apodittiche, non molto diverse, nella sostanza, dalle argomentazioni di Renzi & Co. La mia analisi prima del voto, e a favore del NO, era centrata sulla inconsistenza di un “progetto Renzi”. Mi sembra che il voto esprima, pur con diverse motivazioni, questa analisi: non si è creduto, perché non si poteva ragionevolmente credere, che una riforma così sconclusionata coprisse un progetto politico serio. Perché questo progetto non c’era e nessun atto e nessuna parola di Renzi poteva far credere il contrario.
Devo però aggiungere che il fronte del NO, che ha vinto, impedendo che altro caos si aggiungesse a quello che già c’è, è anch’esso privo di un progetto per il semplice motivo che non è attrezzato per pensare, per riflettere sulla realtà nazionale, europea e mondiale che già da qualche tempo ha imboccato la strada della de-globalizzazione. Che non significa, come qualcuno superficialmente crede, un ritorno al nazionalismo ottocentesco poiché certe conquiste del mondo globale non si possono disinventare. Ma significa ricominciare a pensare a mettere ordine in casa propria, a concentrare gli sforzi, e gli investimenti, su progetti di medio e lungo termine, puntando a risultati duraturi e non a successi effimeri. Quando non ci sono più soldi da buttare, quelli che restano devono essere utilizzati per le cose serie. Matteo Renzi ha fatto la sua parte: gli è stato affidato un ruolo e lui lo ha interpretato secondo le sue capacità. Chi glielo ha affidato, ha preso un abbaglio; chi glielo ha riconosciuto senza opporsi, ha dimostrato debolezza di carattere e adesso non può certo cantare vittoria. Il PD, quando era ancora PCI, non fece autocritica quando il comunismo crollò; adesso che è PD, forse non sarà capace di farla e sceglierà la strada del capro espiatorio, cioè Renzi. Affari loro. Il fronte del NO, se non capirà che ha vinto non per i contributi individuali portati da ciascun partito, ma per la maturità di una maggioranza di italiani, perderà una nuova occasione di fare qualcosa di positivo. Temo che si scatenerà una gara tra padri, padrini e padreterni per rivendicare il successo. Temo che non ci sarà uno sforzo per fare una proposta decente di riforma della Costituzione. Nel frattempo, potremmo cercare di fare almeno una buona riforma elettorale.

Alessandro Corneli

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