IL PRESUPPOSTO DELLA #PACE È LA FINE DELL’EGEMONIA MONETARIA DEL #DOLLARO


dollar_hegemony

È impossibile non accogliere il nobile appello di Giovanni Palladino che non solo ha il merito di denunziare, ancora una volta, il “privilegio” del dollaro, ma ha anche quello di non avere ceduto alla retorica, da molti praticata, di fare un generico riferimento all’Europa. Anche l’annunzio dell’intenzione di trasformare “Popolari Liberi e Forti” in Movimento si inserisce in una prospettiva di rafforzare il contributo di idee che, secondo il modello sturziano, devono anch’esse essere “libere e forti” specie in una fase, come l’attuale, in cui l’eclissi delle ideologie, se lascia ampio spazio alla confusione, consente anche di rivedere idee obsolete e pigre per trasformarle in efficaci e propositive. Penso, a questo riguardo, che sia opportuno dare un contributo. Il “privilegio” del dollaro non iniziò il 15 agosto 1971 ma nel 1944, a Bretton Woods, quando furono gettate le basi del nuovo sistema monetario internazionale secondo il piano White americano e non secondo il progetto britannico di Keynes. Se, al momento, il nuovo sistema – gold exchange standard – poteva sembrare valido in quanto gli Usa avevano accumulato nei loro forzieri l’80% delle riserve mondiali in oro, era implicito che quelle riserve sarebbero rapidamente calate qualora fosse stata richiesta la convertibilità dei dollari che si sarebbero accumulati nelle banche centrali degli altri paesi. L’avvio della Guerra fredda, nel 1948, congelò (e perpetuò) questa situazione: nessuno avrebbe chiesto la conversione dei dollari al potente alleato che stendeva la sua ala (militare) protettrice contro il comunismo. Al di là della propaganda e della pur legittima scelta ideologica a favore dei valori occidentali di libertà, resta un fatto: il dollaro aveva vinto il lungo braccio di ferro con la sterlina e aveva imposto la sua egemonia a livello internazionale, a vantaggio principale degli Stati Uniti e a vantaggio residuale per i loro alleati. Ma è un fatto innegabile che gli Usa avevano vinto la guerra e i vincitori, buoni o cattivi che siano, restano vincitori. Come Stalin aveva detto, i vincitori/liberatori avrebbero imposto i loro sistemi politici ai vinti/liberati: così avvenne per l’Europa dell’Ovest e quella dell’Est. Avendo ben interpretato i timori di Keynes che gli Usa avrebbero trasformato l’egemonia monetaria in egemonia politicomilitare (e vantaggi economici relativi), Stalin restò fuori, e obbligò i satelliti dell’Urss a fare altrettanto, dal nuovo sistema monetario internazionale, ma a lungo andare il sistema comunista è collassato di fronte alle superiori e meglio organizzate risorse del sistema capitalistico. Non si possono biasimare i leader dei paesi dell’Europa occidentale, inseriti dalla forza delle armi nel blocco egemonizzato dagli Usa, dall’avere sfruttato i vantaggi del capitalismo, almeno a breve e medio termine. Le condizioni di vita dei loro popoli sono state sicuramente migliori: meglio l’egemonia del dollaro che i carri armati.

Keynes sbagliava a dire che “a lungo termine saremo tutti morti”: almeno in economia, infatti, esiste solo un continuo presente che si trasforma senza interruzione. In politica, invece, è un’altra cosa: il lungo termine esiste e solo alcuni leader sono in grado di scorgerlo. Dalla desecretazione di documenti della Cia è emerso che gli Usa stimolarono il processo di integrazione dell’Europa. Ufficialmente è stato detto perché ciò avrebbe favorito l’afflusso e la distribuzione degli aiuti del Piano Marshall. Come è noto, le cose non sono mai come appaiono. Bisogna invece sapere leggere ciò che appare attraverso gli obiettivi invisibili: e non tutti sono in grado di farlo. Mentre a Stalin era sufficiente promettere l’espansione costante del comunismo e la sua vittoria finale per giustificare la sua dura egemonia, agli Stati Uniti occorreva un “velo” più accettabile ma non meno opaco. Anzi, fabbricato dagli stessi interessati come un prodotto maturo della loro storia: l’idea di Europa unita. Un’idea non nuova, presente prima e dopo la Grande Guerra, ma adesso riproposta in un contesto del tutto diverso, cioè di dipendenza strategica dell’Europa dagli Stati Uniti. Non un dettaglio da poco. Realismo? Senza dubbio, ma condizionante e non privo di conseguenze sullo stesso processo d’integrazione. In quegli anni si discuteva di avviare tale processo integrativo e, tra le diverse ipotesi, prevalse quella di Jean Monnet: partire dall’economia e poi tirare dentro i diversi aspetti della sovranità nazionale in un obiettivo supernazionale. Il punto critico è la coincidenza tra gli obiettivi dichiarati del Piano Monnet e gli obiettivi invisibili della strategia americana. Ripeto: obiettivi legittimi dal punto di vista di una potenza vincitrice, cioè obiettivi di egemonia politicomilitare duratura attraverso la dominazione economica (e nello specifico monetaria: questo era il cruccio di Keynes). Il piano Usa-Monnet, infatti, era tutto sbilanciato a favore degli interessi americani di lungo periodo poiché alla sua base c’era la concessione agli europei di risollevarsi economicamente ma lasciando la responsabilità della difesa (dell’Occidente) all’America, pregiudicando in tal modo lo sviluppo di una identità autonoma dell’Europa e l’assunzione di una propria responsabilità. Sarebbe fare torto a Monnet come economista pensare che egli avesse creduto sul serio a una pacifica integrazione tra le economie dei paesi europei quando questi avessero singolarmente ripreso forza in un contesto di libera concorrenza. Puntare anzitutto sull’economia significava gettare le basi di una competizione sempre più acuta che avrebbe rallentato, e non accelerato, la costruzione di un’Europa politica, specie se a una fase di espansione fosse seguita una fase di recessione. Come è accaduto, e ciò secondo i desiderata americani. Affermare che dalle crisi nascono balzi in avanti nel processo d’integrazione, oltre ad essere una pia suggestione, urta con il fatto che con un balzo azzardato o mal riuscito si possono rompere le ossa e con il fatto che, quando tutti saltano, qualcuno ci riesce e qualcun altro cade. In via ipotetica – ripeto: nulla è come sembra – si può suppore una ambiguità nascosta nel piano Monnet: puntare sull’economia, a medio/lungo termine sarebbe caduto il velo della comunità d’interessi e sarebbe emerso il contrasto d’interessi tra Usa ed Europa e da questa consapevolezza l’Europa avrebbe tratto la forza per affermare la propria autonomia. Non dimentichiamo mai che la politica reale è fondata sull’inganno.

Nei fatti, i leader europei dell’epoca che avviarono il processo d’integrazione europea, definiti “padri” dell’Europa e grandi “uomini di Stato”, non squarciarono il vello del piano Usa-Monnet: che lo avessero capito o no, ad essi non conveniva approfondire la questione. Il piatto di lenticchie era abbondante: i dollari arrivavano dall’America e questo consentiva loro di avviare e sostenere la ricostruzione, trasformandola in consenso politico per i loro partiti. Ritenendosi più scaltri di tutti gli altri, i leader italiani ripetevano, almeno fino a qualche tempo fa, che i pilastri della politica erano l’atlantismo e l’europeismo. Ora non riescono più ad appoggiarsi né all’uno né all’altro. Si può ammettere che l’idea di una moneta unica europea nascondesse il proposito di raggiungere un’autonomia di fronte al dollaro. Ma questo non è mai stato dichiarato e, nei fatti, l’euro ha reso più forti i forti e più deboli i deboli. Cioè ha operato in una direzione di disgregazione dell’Europa. Non per cattiva volontà ma per la natura stessa della disomogeneità economia della regione europea. Quando si alza l’asticella, alcuni saltano, altri cadono. L’euro ha smentito un’altra illusione (ufficiale) monnettiana: che intorno all’economia, e in questo caso intorno alla moneta unica, potesse svilupparsi uno Stato “europeo”, quello che alcuni evocano come Stati Uniti d’Europa. Nel migliore dei casi, l’euro sarebbe potuto diventare una seconda moneta di riserva internazionale, per poi seguire la stessa strada del dollaro: sfruttare il deficit della bilancia dei pagamenti per accaparrarsi le risorse reali dei paesi terzi. Per un po’ è stato così, ma da qualche tempo le varie banche centrali dei paesi terzi stanno riducendo le loro riserve in euro. È evidente che il dollaro (=Stati Uniti) non vuole né imitatori né concorrenti. Sotto questo aspetto la vittoria di Donald Trump, con l’obiettivo America First, non appare una sorpresa. Solo che Trump punta più sull’economia reale mentre la Clinton avrebbe puntato sulla contrapposizione militare. Rimane però valida la critica di Giovanni Palladino sul deficit della bilancia dei pagamenti americana, la stessa che Keynes aveva previsto nel 1944. La situazione potrebbe diventare difficile se avranno effetto le ultime operazioni schizofreniche di Barack Obama come l’attribuzione a Putin della sconfitta elettorale di Hillary Clinton e la “rappresaglia” con l’espulsione di 35 diplomatici di Mosca. Non sembra che Putin voglia cadere nel tranello. E non dovrebbero caderci neanche gli europei: oppure qualcuno pensa che le prossime elezioni nei Paesi Bassi, in Francia e in Germania saranno eterodirette da Mosca? Per il momento, storicamente, per quanto riguarda le elezioni in Europa occidentale, sono state più chiare e numerose le interferenze americane. Giovanni Palladino auspica giustamente la fine delle “nazioni disunite”. Questo dipende soprattutto dal comportamento delle più grandi e più responsabili, Stati Uniti in testa. Ma “nazioni unite” non significa né governo mondiale né egemonia di una sola potenza con le armi o con la moneta.

Alessandro Corneli

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