LA CARICA DEI CENTOUNO CONTRO L’#EURO


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“Libero” del 2 gennaio scorso pone 10 capziose domande a illustri pensatori e attivisti politici da sempre avversari dell’Euro e dell’Europa, ma anche a molti “convertiti”, più o meno opportunisticamente, alla recente moda euro-nichilista globale, guidati consapevolmente o inconsapevolmente da giganti politico–economici internazionali come la brillantissima e occhiutissima Corona Inglese, con i propri giganteschi sodali di ogni razza e specie. Ecco le domande:

1. È irrilevante che gli autori dei quattro manuali di macroeconomia più diffusi al mondo (ossia Dornbusch, Blanchard, Krugman e Mankiw) abbiano bollato l’euro come un fallimento?

2. È insignificante che dieci premi Nobel in economia (non uno ma dieci e tutti in ordine rigorosamente non alfabetico: Tobin, Stiglitz, Senn, Pissarides, Myrdal, Mundell, Mirriees, Krugman, Friedman e Hart) abbiano ammesso che la moneta unica è una rovina?

3. È trascurabile che la Commissione UE ed il nostro ministro dell’Economia abbiamo scritto, a due anni di distanza l’una dall’altro, che “se non svaluti la moneta devi svalutare il lavoro”?

4. È assurdo che chi è stato per anni rinchiuso nei gulag staliniani trovi un sacco di somiglianze fra l’Unione Europea e l’Unione Sovietica?

5. È logico inventarsi un Super Stato a tavolino mescolando Paesi diversissimi tra loro nei quali si parlano diciotto lingue diverse?

6. È ragionevole avere in tasca banconote dove non sono raffigurati personaggi del passato in cui tutti i cittadini si riconoscono, ma ponti e finestre inesistenti?

7. È sensato continuare a pensare che la colpa sia tutta del debito pubblico quando è la stessa banca Centrale Europea a dire ufficialmente che le cause della crisi stiano tutte negli squilibri di finanza privata, mentre il debito pubblico non è mai la causa bensì la conseguenza della crisi?

8. È normale che nel 2016, dopo oltre tre lustri di euro, quasi un milione di greci si siano immiseriti a tal punto da non potersi permettere alcun tipo di assistenza medica?

9. È condivisibile l’opinione di chi dice che in una crisi economica la moneta non c’entri nulla perché è tutta colpa della corruzione?

10. Credete che sia uscito fuori di testa il principale consulente della Merkel quando afferma “se fossi un politico italiano porterei il mio Paese di corsa fuori dalla moneta unica”?

Vi risparmio l’elenco degli scienziati dell’economia e della politica che hanno “a domanda, risposto”, chi riaffermando ciò che “da sempre” hanno sostenuto, chi scusandosi per la passata infatuazione europeista, chi tradendo le parole e le azioni dette e compiute fino a ieri.

Dalla A di Alesina alla S di Salvini: una curiosa aggregazione umana, culturale e politica! Le domande, nel loro incalzante succedersi, sono un inquisitorio invito al rifiuto europeo, se non una costrizione alla “confessione”, all’autocritica “maoista”, senza stimolare la profondità storica che richiederebbe l’argomento, né il coraggio civile di denunciare, almeno ex post, chi o cosa abbia impedito in sessant’anni lo sviluppo migliore di un’idea, unitaria, se non federativa, che apparve già negli anni ‘40, essere l’unica via praticabile, dopo il colossale fallimento di analoga necessità aggregativa, fondata però sulla pretesa egemonica politico-militare, costruita sui milioni di cadaveri di due guerre “mondiali”. Nessuno, credo, ha mai potuto in passato o possa ancora negare oggi alcuni assiomi:

La Germania era e rimane il centro magnetico di ogni possibile aggregazione europea, sicuramente conflittuale, in modo e misura diverse e con diverse contromisure da adottare, rispetto alla Gran Bretagna e agli USA, cui si aggiungono oggi la Russia, la Cina; una Germania, invero, che non ha ancora risolto il suo conflitto culturale, la sua avversità al sacrum imperium, derivata del protestantesimo, padre e madre del nazionalismo germanico; la Francia e l’Italia hanno interessi configgenti, che si possono trattare oggi e domani, come ieri, solo mediante accordi “aperti” con gli USA, i tedeschi e i russi, all’interno di un mondo di regole sovranazionali condivise a seguito di accordi internazionali; la Francia e la Germania hanno una struttura economica e istituzionale con buone prospettive di integrabilità, per un ineliminabile stato di necessità permanente, il cui fine dovrebbe esser sterilizzare i moti centrifughi anti-europei, utili solo alla Gran Bretagna per difendere i propri interessi post-imperiali; la Francia è l’ago della bilancia che si può spostare a favore della GB antieuropiesta o verso la Germania, magnete insostituibile, anche se finora imperfetto, dell’unità progressiva europea; l’aggregazione europea è l’unica risposta possibile per far sussistere condizioni di sostanziale benessere per i paesi europei, in una economia mondiale che si è fatta finanza globalista, che aborre la costituzione di centri di produzione e di controllo di regole condivise per lo sviluppo programmato nel lungo periodo; altri conflitti intra-europei non sono possibili per l’avvento dell’era atomica ormai “diffusa”; nessun passo avanti nella integrazione militare e politica dell’Europa può avvenire contro gli interessi di USA (come raccomandava Monnet all’inizio degli anni ‘60) e GB (che ha tentato e tenta da sempre di affossare l’idea europea, perché non può accettare l’assioma della prevalenza germanica), con una aggiunta recente: la grande finanza internazionale, per “costruzione” indipendente da Stati o aggregazione di Stati. Aggiunta provocata dalla abolizione dello SteaglerGlass Act del 1933, decisa da Bill Clinton nel 1999, che ne ha determinato la egemonia economica globale e l’ha costituita come primario soggetto politico-militare sovranazionale, capace di impostare solo economie globali senza progetto per il breve e il medio termine, sfavorevoli, per autocertificazione, al bene comune; la leadership europea tedesca vive il suo momento peggiore dal dopoguerra, per difetto di persone di adeguato livello politico, aggiunta alla già richiamata difficoltà culturale atavica, che solo grandi statisti come Adenauer sapevano superare senza sforzo; la GB sta tentando ancora una volta di combattere l’EU dall’esterno, come fece prima di aderire tardivamente alla CEE con scarso successo. La costruzione della “difesa integrata EU”, affrancata finalmente dall’impegno USA post-bellico, è il target decisivo europeo per ottenere la loro “protezione”, al fine di contrattare sul piano commerciale modi di convivenza al minimo conflittuale possibile; sul piano politico si presenta un’occasione decisiva per l’inclusione della Russia nel patto EU, per costruire quello che due guerre mondiali non hanno risolto: i confini europei sino ai confini estremo-orientali e una forza energetica che depotenzi le fonti medio-orientali, fucina di destabilizzazione globale, accanto all’instabilità congenita dei Balcani.

L’elezione di Trump potrebbe riaprire molte possibilità.

La debolezza e l’inanità politica tedesca e francese (le elezioni prossime) potrebbero richiuderle, riaprendo la porta ai conflitti armati intra-europei, magari giocati in medio-oriente (abbiamo visto già cosa accade in Somalia, Libia, in Siria, in Tunisia, forse domani in Marocco e in Algeria) o nei Balcani. L’Italia, al solito, si presenta sullo scenario internazionale debole e con un grande avvenire dietro le spalle. Sarebbe opportuno che la straordinaria competenza del prof. Corneli, che ha scritto una recente newsletter (che ritengo essere solo un “primo capitolo” di un esame più completo all’altezza della sua scienza) non si confondesse con parole d’ordine senza profondità storica e visione di un futuro troppo esile, che rischia di aprire, invece, di nuovo a un passaggio storico di sangue e miseria. È certamente vero che da troppi decenni manca una governance europea efficace, come manca un governo EU lungimirante (non si capisce come si consenta di delocalizzazione la produzione ortofrutticola italiana, ad esempio in Romania, con libertà di pesticida proibito in Italia, per poi trasferire i prodotti avvelenati sulle nostre tavole. Altri, troppi, esempi negativi non mancano di certo). Vero è che la governance EU è troppo spesso scadente in modo eclatante, ma preoccupa più l’assenza di governo, di visione di lungo periodo. Occorrono idee, anche rifondative se si vuole, che divengano però progetti concreti e sempre all’interno di una aggregazione europea, unica “forma” in grado di reggere il tavolo permanente della trattativa globale fondata su regole condivise, vera antagonista dell’autentico nemico delle persone: la finanza globale. Occorre una “sfiducia costruttiva” da parte dei formatori di opinione pubblica, e non falegnami con la sega per tagliare le zampe del tavolo del progetto e della trattativa. È il tavolo del nostro futuro. Occorrono politica e politici, con idee e forza adeguata per imporle sulla scena del mondo. Non si possono “abolire le banche per le troppe rapine”, come non si può cancellare l’EU per scarsa governance e governo!

Giampiero Cardillo

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