PERCHÉ “POPOLARE” NON È PIÙ POPOLARE MENTRE IL #POPOLARISMO POTRÀ ESSERLO


liberieforti

Oggi è il 98° anniversario del famoso “Appello a tutti gli uomini liberi e forti” di don Luigi Sturzo e della fondazione del vero e unico PPI. Vero e unico, perché gli altri, che ne hanno sfruttato in tutto o in parte il nome, non si sono dimostrati credibili eredi del popolarismo sturziano, un sistema di governo da loro mai studiato né capito o condiviso. Pertanto l’aggettivo “popolare” – come termine politico – si è screditato e non da oggi, perché anche alcuni paesi dell’Est comunista e la Cina lo utilizzarono per definire impropriamente i loro regimi autoritari. Il sostantivo “popolarismo” è di autentica origine sturziana e indica il sistema o metodo di governo ideato dal grande statista di Caltagirone. All’inizio del secolo scorso egli vedeva profeticamente la prossima fine delle monarchie, delle aristocrazie, delle oligarchie, delle dittature, degli imperi, ossia la fine del potere dei pochi (i veri soggetti della società) sui molti (veri “oggetti” nelle mani dei pochi soggetti). Concetti come “fine dello Stato accentratore”, “largo spazio all’autonomia comunale”, “libertà di scelta delle famiglie tra scuola pubblica e scuola privata”, “grande attenzione della politica per favorire lo sviluppo delle imprese private”, “azionariato dei lavoratori” erano idee del tutto nuove in un mondo della politica e dell’economia che proveniva da millenni in cui la voce del popolo non aveva alcuna possibilità di farsi sentire da “lorsignori”. Sconfitto il suo moderno sogno riformatore e veramente “popolare” nel 1924 con l’esilio imposto dal fascismo, al suo ritorno nel 1946 Sturzo trovò una Dc piena di ex-popolari (compreso De Gasperi) e sperò che il popolarismo si potesse finalmente attuare nel nuovo clima politico democratico e liberale, grazie anche alla presenza attiva di un grande statista come Luigi Einaudi. E, non dimentichiamolo. di un grande imprenditore lungimirante come Adriano Olivetti, che teorizzava sin dal 1949 una democrazia senza partiti e un Paese dotato di migliaia di Comunità operative senza più divisioni “giurassiche” fra destra e sinistra. Era una alleanza già raccomandata da Leone XIII nel lontano 1891 con la “Rerum novarum”. Ma quel clima positivo finì presto con l’ascesa nella Dc dei “professorini” di sinistra e con l’esplosione del più duro conflitto tra capitale e lavoro mai avuto in un Paese del mondo occidentale. È ormai passato circa un secolo da quella “invenzione” sturziana, ma non dobbiamo considerarla superata e sconfitta dalla realtà odierna. Semmai è la realtà odierna che si dimostra sconfitta per la mancata attuazione dei concetti democratici, liberali e sempre moderni sostenuti da grandi uomini come Sturzo, Einaudi, De Gasperi e Olivetti. Dobbiamo ripartire da quelle sane “radici”. La ricchezza materiale è cresciuta un po’ ovunque nel mondo, ma è cresciuta male ed è minata dai tanti difetti prodotti dai soliti pochi, ricchi di potere ma poveri di cultura. Ci ricordava Olivetti: “Abbiamo portato in tutti i villaggi le nostre armi segrete: i libri, i corsi, le opere dell’ingegno e dell’arte. Noi crediamo nella virtù rivoluzionaria della cultura che dona all’uomo il suo vero potere”. È una virtù da diffondere per la salvezza di tutti con l’uso delle più efficienti armi di difesa contro le nostre povertà. Per di più armi molto meno costose di quelle vere, meno segrete.

Giovanni Palladino

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