LA #LAUDATOSI’ E LA “LUNGIMIRANZA ECOLOGICA” DI DON #STURZO


Dire che sia stato un precursore della moderna ecologia sarebbe sbagliato, ma che don Luigi Sturzo abbia avuto una sensibilità ambientale responsabile, cristianamente, verso le generazioni future è invece appropriato. Parola di monsignor Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale. Il Presule lo afferma nel libro pubblicato con Ermete Realacci «Scelte necessarie. Riflessioni e proposte a un anno dalla Laudato si’» (edizioni Imprimatur), a cura di Roberto Bertoni e Andrea Costi. L’ecologia «umana implica la necessaria relazione della vita dell’essere umano con la legge morale inscritta nella sua propria natura, indispensabile per poter creare un ambiente più dignitoso – scrive Pennisi – Questa ecologia integrale “è inseparabile dalla nozione di bene comune”, che svolge un ruolo centrale e unificante nell’etica sociale, da intendersi in maniera concreta, attraverso scelte solidali» che prediligano i poveri e un’attenzione responsabile per le generazioni future. Ecco, «questi principi di etica sociale caratterizzano il pensiero e l’azione di don Luigi Sturzo, che concepì la sua attività sociale e politica come esigenza e manifestazione dell’amore cristiano strettamente collegato con la giustizia, considerato non come un valore astratto, ma come il principio ispiratore dell’azione concreta». L’Arcivescovo precisa poi: «Gli scritti di Sturzo che possono riferirsi all’intervento dell’uomo sull’ambiente e alla sua tutela e valorizzazione sono lontani da ogni terminologia che oggi chiamiamo “ecologica”». Perché il Sacerdote politico «ebbe una visione unitaria del problema della tutela dell’ambiente, che non implicava nessuna esaltazione di vago sapore panteista della natura, ma si inseriva nella sua visione religiosa che considerava le montagne, le foreste, i fiumi, le campagne creature di Dio». Il Prete-politico, fondatore del Partito popolare, non «elaborò una teoria ecologica astratta, ma più concretamente collegò la difesa e la promozione dell’ambiente naturale alle possibilità di uno sviluppo razionale dell’economia, dettato dalla convinzione che esiste un rapporto stretto fra rispetto dell’ambiente e vita dell’uomo che vive in società». Per il Sacerdote la tutela dell’ambiente, «che comprende anche le opere realizzate dall’uomo (monumenti, chiese, strade, infrastrutture urbanistiche) e le tradizioni di un popolo che vive in un territorio, è collegata con uno sviluppo economico orientato verso il bene comune». Per esempio, nei quindici anni «in cui Sturzo fu pro-sindaco di Caltagirone sostenne una lunga battaglia per salvare il bosco demaniale di Santo Pietro, che costituiva la più grande sughereta d’Italia coniugando la motivazione economica con quella più squisitamente ecologica».

Oppure, in uno scritto «al presidente del Congresso nazionale di silvicoltura tenutosi all’Aquila nell’ottobre del 1948, affermava: “È proprio necessario in questo Paese devastato dalla guerra ridestare l’amore e il culto della montagna, resa salda e feconda dai folti boschi”». E nella ricostruzione del «dopoguerra dà molta importanza al rispetto per la montagna e le foreste per le quali parla, con una terminologia di sapore quasi religioso, di “amore” e di “culto”. Nel sottofondo del ragionamento sturziano c’è una visione religiosa che guarda al futuro e non si aspetta tutto e subito». Allo stesso tempo non è presente «l’idillio di chi vuole lasciare la natura intatta e incontaminata dall’intervento umano, ma proposte razionali per aumentare la superficie coltivabile, il valore produttivo dei terreni, l’utilizzazione ottimale delle acque a uso agricolo o industriale». Per lui era «possibile uno sviluppo industriale equilibrato, complementare con quello agricolo, forestale, fluviale, montano». Secondo don Sturzo, «invece di una politica empirica di corte vedute destinata a interventi parziali», serviva «una coscienza “ecologica” come la chiameremmo oggi, un amore per gli alberi, per la montagna, per le acque, che si traducesse in una politica di salvaguardia dell’ambiente a lunga scadenza». Attenzione però: questa idea politica «per Sturzo doveva essere animata dall’amore verso Dio, il prossimo e tutte le creature». Ecco che nelle sue parole «si intravedeva un’attenzione che si potrebbe definire “religiosa” delle montagne, chiamate “creature di Dio”. Scriveva il prete calatino: “Purtroppo, le montagne sono là (benedetta geografia!) e i bisogni di queste creature di Dio crescono con gli anni, se l’uomo […] non se ne occupa e lascia andare tutto alla malora. Una volta andata alla malora, inviando al piano e alla valle le acque che riceve, non potendo frenare i rovesci il cielo si scatena”». Pennisi sostiene che «se oggi la sensibilità ecologica anche in campo cattolico è molto più vasta e più precisa di quella che si aveva all’epoca di Sturzo tuttavia a don Luigi Sturzo andrebbe riconosciuto il merito di avere fra i primi, profeta inascoltato, gridato in difesa delle montagne e delle foreste, di avere denunciato il pericolo di creare mega impianti industriali inquinanti come “cattedrali nel deserto” e di avere lottato contro quelle che con una reminiscenza dantesca egli chiama le “male bestie” che inquinavano anche l’ambiente umano e la società civile: lo statalismo, la partitocrazia, l’abuso del denaro pubblico». Conclude il Prelato: non si intende rendere Sturzo «un precursore della moderna ecologia, ma solo mostrare la concretezza e la lungimiranza con cui un sacerdote impegnato in campo sociale e politico, affrontò alcuni problemi della politica ambientale non in modo ideologico, ma in modo razionale e coerente con la visione cristiana dell’uomo e della creazione».

Domenico Agasso Jr

Articolo originale : http://www.lastampa.it/2017/02/03/vaticaninsider/ita/recensioni/la-laudato-si-e-la-lungimiranza-ecologica-di-don-sturzo-XFy4Go02BY1Non4fkVMUII/pagina.html

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