RINNOVARE LE #ISTITUZIONI PER RINNOVARE LA #POLITICA. CONTRIBUTO PER UN PROGRAMMA INNOVATIVO


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Alessandro Corneli

Ho letto il suggerimento del prof. Marco Vitale per formulare una proposta innovativa sul ruolo della Regione, che ovviamente condivido poiché da anni ripeto che occorre dedicare RISORSE di vario tipo alla predisposizione di specifiche PROPOSTE che siano in grado di modificare a livello istituzionale la politica, che altrimenti rimane legata a slogan più o meno fortunati e appesa alla buona sorte di avvalersi di candidati al tempo stesso competenti e onesti. È chiaro, però, che competenza e onestà non bastano se non possono avvalersi di istituzioni adeguate. Il suggerimento del prof. Vitale mi ha raggiunto proprio mentre stavo componendo il testo che segue dove avevo cominciato ad esaminare il rapporto tra POLITICA E ISTITUZIONI. La demolizione delle istituzioni, a partire dall’istituzione-Stato, non si è infatti fermata allo Stato, ma ha colpito tutte le altre istituzioni e ha svuotato di significato l’attività politica. Per ridare a questa un ruolo occorre quindi ridare un ruolo anche alle istituzioni, ovviamente in modo aggiornato, in un processo di ripensamento alla luce dei più recenti sviluppi politici ed economici nazionali e internazionali superando le PIGRIZIE CULTURALI e i luoghi comuni così cari al dibattito politico-culturale italiano. Sottopongo quindi queste riflessioni all’attenzione degli amici come un piccolo contributo all’elaborazione di un programma a disposizione di una classe politica che voglia essere nuova in profondità e non solo in superficie.

***

Punto di partenza della mia riflessione è questa notizia, pubblicata dal quotidiano    La Stampa il 9 febbraio: la Danimarca ha nominato un ambasciatore – un vero diplomatico – presso Internet che, “invece di trattare con gli Stati e coi governi tratterà con Google, Apple e Facebook e coi loro amministratori delegati”. L’articolo, intitolato “Lo Stato è finito”, prosegue: “Piacerà o dispiacerà, ma è questo il mondo cui andiamo incontro, dove le nazioni contano sempre di meno e non soltanto per lo strapotere del denaro sulla politica, ma perché ogni volta che ci connettiamo a Twitter o comunichiamo con WhatsApp o sentiamo musica su Spotify o vediamo una serie su Netflix, noi espatriamo, attraversiamo i continenti, accettiamo il sistema senza frontiere e dogane… E nel frattempo che spuntano Donald Trump e Marine Le Pen con l’idea di rafforzarli, i confini stanno semplicemente diventando inutili”. Circa 40 anni fa iniziò la battaglia politico-culturale contro lo Stato: contro lo Stato imprenditore, contro lo Stato keynesiano, all’insegna del principio “meno Stato, più Mercato”, per un mondo senza frontiere e per la sovranità del consumatore. In altre parole, a favore della globalizzazione, che passava per la deregulation e per le privatizzazioni poiché sembrava incontrovertibile che il settore pubblico sprecasse o costasse di più rispetto al più efficiente settore privato. Si è visto, invece, che il settore privato non è meno propenso a sprecare sia i soldi dei privati sia i soldi pubblici, a creare inefficienze e corruzione. Lo stesso 9 febbraio, l’inserto” Cronaca di Roma” del Corriere della sera denunziava il fallimento dell’azione di contrasto alla vendita di prodotti taroccati quasi ad ogni angolo di strada della Capitale. È questo il trionfo del libero mercato? È questo il trionfo del consumatore? Oppure il consumatore è rimasto solo di fronte al Mercato e non può contare su nessuna istituzione che lo protegga?

Gli Stati hanno perso potere, eccetto che in un settore: quello fiscale. Possono continuare a indebitarsi e ad aumentare la pressione fiscale. Al Mercato questo va bene va bene perché ha costretto gli Stati a diventare prestatori di ultima istanza, i salvatori delle grandi imprese – finanziarie e non finanziarie – quando queste rischiano di fallire. Salvataggio a spese di chi? Ovviamente dei consumatori, cioè dei semplici cittadini che non hanno più alcuni tipo di protezione. Poiché lo Stato è l’ente politico per eccellenza, ma non è più dalla parte dei cittadini, i cittadini abbandonano la politica, si sentono traditi e si rivolgono o all’astensione o alle forze anti-sistema, quale che sia il volto dei leader che interpretano tale sentimento. Ora possiamo constatare i risultati di un gigantesco effetto domino. Se si abbatte lo Stato, se si afferma che, con la globalizzazione, lo Stato conta sempre meno, a maggiore ragione cadono, una dopo l’altra, anche le altre istituzioni che, nei confronti del mercato-mondo, contano ancora meno: le Regioni, le Province, i Comuni. La crisi del Comune di Roma è sicuramente legata alle insufficienze personali dei suoi dirigenti eletti, ma i disagi delle amministrazioni locali sono diffusi e non solo in Italia: non è dopo la vittoria di Trump che la California ipotizza la secessione; non è dalla crisi finanziaria che la Catalogna parla di indipendenza; non è dalla Brexit che la Scozia pensa all’indipendenza. Nella demolizione dello Stato, l’Italia è stata antesignana: prima con le Regioni a statuto speciale (per una serie di circostanze storico-politiche) poi con quelle a statuto ordinario, fin dal 1970 ha demolito lo Stato per creare 20 Stati; poi è venuta la spinta all’autonomia dei grandi Comuni. Il sistema dei partiti si è adeguato: credere che la Lega sia sorta per iniziativa di quattro montanari poco evoluti politicamente, sarebbe una grave errore. La Lega è emersa con il disfacimento dello Stato come il M5S è emerso con il disfacimento dei partiti e la parallela scomparsa di una classe politica nazionale improvvisamente convertita al liberismo, alla globalizzazione, al mercato, cioè alla fine della politica. Il titolo dell’articolo de La Stampa – “Lo Stato è finito” – non è quindi del tutto appropriato; il titolo esatto sarebbe “La politica è finita”: ed è finita (o finirà) se non ha come referente le istituzioni: il Comune, la Regione, lo Stato. Solo ripensando, e ammodernando, le istituzioni si potrà restituire un ruolo alla politica, ridimensionando la sua personalizzazione ed evitando che si riduca a semplice lotta per conquistare i luoghi dove si decide la ripartizione del denaro pubblico. In questa perversa direzione si è mossa, negli ultimi anni, la richiesta di riforma costituzionale: assicurare a qualcuno il potere di decidere, senza contestazioni, a chi distribuire il denaro pubblico. Cioè agli amici e agli amici degli amici. Paradossalmente, la decisione della Danimarca di creare un ambasciatore presso Internet non conferma la “fine dello Stato”, ma rappresenta un aggiornamento del ruolo dello Stato: bisogna capire che, come non si può disinventare la globalizzazione, che ha conquistato una dimensione culturale oltre che istituzionale, così non si può disinventare lo Stato o le altre istituzioni alle quali si rivolge necessariamente il cittadino attraverso la politica. La fine progressiva delle ideologie, insieme al sorgere ed affermarsi della globalizzazione, ha generato una eclissi della capacità di ragionamento politico: la cultura è diventata moda e la politica si è impoverita. Si tratta ora di ricominciare a pensare, rivedere alcuni concetti fondamentali e fare le relative proposte. Ma bisogna uscire dalle affermazioni generiche e studiare soluzioni concrete. La concretezza è la sola risposta dal basso che possa essere credibile.

Alessandro Corneli

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