RICOMINCIAMO DA #ALBA, CHE È PARTITA DA #LEONEXIII SOTTO IL SEGNO DELL’#ARCOBALENO


A due anni di distanza ripubblichiamo  un nostro articolo del 24 febbraio 2015 per ricordare una grande verità, purtroppo non seguita dalla politica economica sia in Italia che all’estero. Una grande verità che – se fosse stata realizzata su larga scala come auspicava Leone XIII – avrebbe potuto evitare tanti errori e orrori a livello politico ed economico. È una grande verità realizzata da Michele Ferrero (seguendo l’esempio gestionale del pro-sindaco di Caltagirone Don Luigi Sturzo e del più illuminato imprenditore mai avuto in Italia, l’Ing. Adriano Olivetti), con il risultato di avere dato vita a una delle imprese più redditizie al mondo e nella quale decine di migliaia di lavoratori – in Italia e all’estero – si impegnano con serietà, competenza ed entusiasmo per il favorevole ambiente in cui si trovano. 

RICOMINCIAMO DA ALBA, CHE È PARTITA DA LEONE XIII SOTTO IL SEGNO DELL’ARCOBALENO.  

  a46384d400ec188eb73e6946913cdf20Dal libro della Genesi (12 – 14): “Dio disse: Questo è il segno dell’alleanza che io pongo tra me e voi per tutte le generazioni future. Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra. Quando ammasserò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi, ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi”. 

 

Dario Di Vico ha scritto un magnifico articolo sul Corriere della Sera del 19 febbraio scorso per ricordare la figura del grande imprenditore Michele Ferrero. L’articolo (“Capitale e lavoro: ricominciamo dal modello Alba”) iniziava così: “Speriamo che le parole con le quali Giovanni Ferrero ieri ha salutato per l’ultima volta suo padre non rimangano inascoltate. Quel richiamo a un patto tra capitale e lavoro è un messaggio che non va cestinato. Capitale e lavoro in molte fabbriche della grande provincia italiana sono già alleati, se non addirittura complici”. Nell’enciclica “Rerum Novarum” del 1891 Leone XIII scriveva: “Nella presente questione operaia lo scandalo maggiore è questo: supporre una classe sociale nemica naturalmente dell’altra, quasi che la natura abbia fatto i ricchi e i proletari per battagliare tra loro un duello implacabile, cosa tanto contraria alla ragione e alla verità (…) perché la natura volle che nella società civile armonizzassero tra loro quelle due classi e ne risultasse l’equilibrio. L’una ha bisogno assoluto dell’altra: né il capitale può stare senza lavoro, né il lavoro senza il capitale. La concordia fa la bellezza e l’ordine delle cose, mentre un perpetuo conflitto non può dare che confusione e barbarie. Ora a comporre il dissidio, anzi a svellerne le stesse radici, il cristianesimo ha una ricchezza di forza meravigliosa”. Sin dall’inizio della sua straordinaria attività imprenditoriale, Michele Ferrero aveva capito questa grande verità, avendo alle spalle tanti decenni di “cecità” della Confindustria e dei Sindacati, e avendola iniziata in un periodo governato a lungo dalla Democrazia Cristiana, un partito che evidentemente non aveva affatto compreso la “ricchezza di forza meravigliosa” del cristianesimo. Michele Ferrero lo capì e agì di conseguenza, evitando che nella sua grande azienda si diffondesse quella “confusione e barbarie” di cui fu vittima l’economia italiana per lunghi decenni.

Lo capì anche don Luigi Sturzo, che il 20 gennaio 1901 – nel ricordare il 10° anniversario della “Rerum Novarum” – scriveva… scandalizzato: “Ancora oggi, per somma vergogna, molti cattolici non conoscono quel prezioso documento!”. E più tardi, quando riceveva di continuo molti complimenti per l’ottimo lavoro che svolgeva come prosindaco di Caltagirone, con grande umiltà era solito rispondere: “Non è farina del mio sacco, devo tutto al Vangelo e alla ‘Rerum Novarum’”. Ma doveva essere ancor più scandalizzato e amareggiato 50 anni dopo, quando – nel commemorare il 60° anniversario di quella grande e dimenticata enciclica – scrisse: “È strano che non sia stato compreso, né messo in luce, il diverso processo ideologico e pratico delle due posizioni della teoria di Carlo Marx e della enciclica di Leone XIII, nelle varie fasi per le quali sono passate le rivendicazioni operaie sotto i regimi politici in questo ultimo sessantennio di interventismo statale. (…) Purtroppo da parte dell’impresa libera non si è avuta una chiara concezione (ma l’avrà poi chiarissima Michele Ferrero, n.d.r.) dell’apporto etico della scuola cattolico-sociale e dell’importanza dell’insegnamento papale, che spinge il capitalista a cercare la collaborazione di classe insieme alla integrazione delle esigenze dell’altra parte. Oggi si punta troppo sul gioco di forze antagoniste e sopra un intervento statale che tende a dare in mano alle burocrazie l’economia del Paese. Tutto ciò è contrario sia allo spirito cristiano che agli interessi nazionali, e rende più costosa e meno efficiente l’elevazione del lavoratore”. È infine doveroso ricordare come nella “Rerum Novarum” vi fosse anche un avvertimento al legislatore fiscale. Dopo aver elencato i vantaggi derivabili dalla maggiore diffusione della proprietà privata, Leone XIII scrisse: “Si avverta peraltro che tali vantaggi dipendono da questa condizione: che la proprietà privata non venga oppressa da imposte eccessive. Siccome il diritto della proprietà privata deriva non da una legge umana, ma da quella naturale, lo Stato non può annientarlo, ma solamente temperarne l’uso e armonizzarlo con il bene comune. È ingiustizia e inumanità esigere dai privati più del dovuto sotto il pretesto delle imposte”. È pertanto da considerare un miracolo che Michele Ferrero e molti suoi “alleati e complici” abbiano avuto successo pur operando in presenza di una classe politica (cristiana e non) che ha fatto del tutto per caricarli di “ingiustizia e inumanità”. Concludevo così la prefazione a un opuscolo del C.I.S.S. sulla “Rerum Novarum”: “Dopo tanti errori e omissioni, che non sarebbero stati compiuti se si fosse seguito l’invito della Dottrina Sociale della Chiesa a stringere una stretta alleanza tra gli imprenditori e i lavoratori, è tempo che una nuova generazione di cattolici impegnati in politica ne apprezzino finalmente il valore e, come don Sturzo, lo utilizzino al servizio del bene comune”. L’invito a SERVIRE NON SERVIRSI deve essere soprattutto un invito alla massima coerenza nello svolgimento della nostra attività.

Giovanni Palladino

 

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