INTERVISTA AL CARD. ELIO #SGRECCIA PRESIDENTE EMERITO DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA PER LA #VITA


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INTERVISTA AL CARD. ELIO SGRECCIA PRESIDENTE EMERITO DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA PER LA VITA (1)

di Giampiero Cardillo

 
D. Eminenza, per molti giorni la tragica vicenda di DJ Fabo ha occupato gran parte della informazione nazionale. L’opinione pubblica mi pare, purtroppo, ormai “pronta” ad accettare l’eutanasia, attiva o passiva, come un passo avanti nella “modernità”, come fosse una conquista di un “diritto civile”. Un suo commento ci aiuterebbe a capire meglio.

R. Il caso estremamente grave che si è verificato deve far riflettere tutti, cattolici e non cattolici. La nostra riflessione di cattolici verso il diritto alla vita deve essere orientata alla preservazione della vita quale dono inestimabile di Dio. Ma il compito della Società, anche per i non credenti, è quello di orientare l’impegno comune affinché simili situazioni di estremo disagio non si verifichino con frequenza insostenibile, in quanto il vivere in comune deve obbligarci a preservare la vita di chiunque tra gli associati-cittadini. Allorquando queste condizioni-limite di sofferenza individuale si siano, per accidente, comunque determinate, dobbiamo ritenere, anche indipendentemente dalla nostra fede, che ci troviamo di fronte ad un fatto che ci supera. Infatti la vita e il suo destino è una responsabilità tanto grave che supera la possibilità di esercizio del nostro libero arbitrio. Perciò il nostro dovere consiste nello sforzo comune per fare tutto il possibile affinché nessuno possa ritenersi abbandonato, solo e inutile di fronte alla possibilità di conservarsi ancora in vita, nonostante una grande sofferenza da subire. La Società organizzata deve anzitutto prevenire opportunamente incidenti e disastri che mettano a repentaglio l’incolumità pubblica, provocando danni gravi alle persone. I mezzi tecnici ed economici per evitarli ci sono e bisogna pretendere che siano utilizzati con cura assidua e misure adeguate. Occorre anche che siano impediti, con il necessario vigore e rigore, comportamenti individuali autolesionistici, che minino l’attenzione e lo spirito di conservazione della vita. Mi riferisco al consumo di alcolici e di stupefacenti. Bisogna fare in modo che le norme di sicurezza, il rispetto del proprio corpo e la cura della salute siano principi rispettati da tutti e che ognuno conservi la giusta lucidità, prudenza e senso della misura per poterli rispettare. L’educazione al rispetto della vita, propria e altrui, è un compito dell’organizzazione sociale, secondo corrette e ragionevoli finalità che si vogliono dare al vivere comune. Queste finalità debbono comprendere la salute e la sicurezza fisica e mentale degli individui. Infine la Società deve strutturare i comportamenti individuali, che si esprimono ad ogni livello e ambiente, familiare, comunitario e nazionale, affinché le persone colpite da grave disagio possano essere accudite con l’amore e il rispetto che segnano il livello di Civiltà raggiunto da un Paese.
La cura dei più deboli, dei troppi giovani o troppo vecchi, dei malati e dei sofferenti è, infatti, ciò che distingue una buona vita associata dal caos senza fine, nel quale si può facilmente precipitare. Se la vita perde di valore per i più deboli e sofferenti, nulla potrà impedire che la soglia di contenimento di una vita ritenuta “accettabile” dal sentire comune possa essere travolta. Travolto l’argine della ragionevolezza si potranno considerare insopportabili anche disagi più trascurabili, rispetto all’estrema gravità di quelli che oggi ci vengono impietosamente presentati dai giornali, dalla TV e dai social-network per “giustificare” il suicidio assistito. In un pessimo, prossimo, futuro anche una depressione curabilissima potrebbe generare la volontà di morire suicidi o di divenire disponibili a farsi uccidere. Con il consenso sociale e delle istituzioni, che se ne laverebbero le mani. Si rimarrà inerti a guardare morire troppe persone, magari favorendone la “dipartita”. Si raggiungerebbe ben presto un numero importante di suicidi ogni anno. Anche per l’aborto è stato così. Si inizia con indicare la “necessità” di far fronte a casi- limite, poi si arriva a considerarlo uno dei tanti metodi anti-concezionali. La Società, se la situazione di sottostima della vita dovesse aggravarsi, si deresponsabilizzerebbe progressivamente sempre di più rispetto ai propri obblighi di cura della vita di tutti. Si spenderebbero minori risorse e si risparmierebbero i dovuti sforzi educativi verso gli individui associati. Un welfare sociale che si ridurrebbe a ben poco, in breve tempo. Francia e Germania, infatti, stanno abolendo (risparmiando) le costose cure palliative per i malati terminali, che sono a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Una strada insensata che corre parallela con quella dell’eutanasia generalizzata.

D. Per l’aborto, oltre che per l’eutanasia, le narrazioni dei recenti fatti di cronaca sembrano orientate a diffondere l’idea che ci siano ancora troppi pochi aborti (350.000 l’anno solo in Italia) e che molti siano impediti dalla obiezione di coscienza di medici e infermieri, che ora si vorrebbe costringere per “contratto” a eseguire le operazioni.

R. Per l’aborto bisogna capire fino in fondo “perché” la donna abortisce. Consentire di sopprimere milioni di vite è un danno, indipendentemente dalla fede religiosa di chi considera il fenomeno. Si genera disagio sociale perché si perdono intere generazioni di cittadini. Per non parlare del grave disagio psichico che resta nelle menti e nel cuore delle donne che hanno “rinunciato” al proprio figlio. Come per l’eutanasia occorre prevenzione, educazione, cura e sostegno sociale per favorire la maternità. La Società deve essere impegnata a favorire le condizioni generali che sostengano il mantenimento, se non il sostegno all’aumento, del numero dei cittadini di un Paese. Il mantenimento di un buon tasso di natalità ha, infatti, effetti positivi sul sistema previdenziale e sull’occupazione (pensate agli insegnanti senza più alunni) e sull’equilibrio generazionale. L’immigrazione non sana la situazione, come vediamo, ma pone diverse gravi necessità di assistenza e sostegno solidale e umanitario. Credo sia opportuno sostenere l’incremento dei presupposti necessari perché si accettino i figli e non si abortisca. Il “quoziente familiare”, ad esempio, potrebbe servire allo scopo. Opera sul tasso dell’imposta, favorendo le famiglie con figli. È una misura fiscale sempre promessa, ma mai realizzata. Dosata opportunamente potrebbe essere un deterrente importante ad abortire, per aiutare la famiglia che si incrementa di una o più unità, sostenendone progressivamente lo sforzo economico. Ma non basta. Occorrono anche altre misure che consentano la “socializzazione” dello sforzo familiare nella cura diuturna dei figli: servizi di trasporto dedicati, servizi sanitari domiciliari, una politica degli affitti o delle case sociali che consentano l’abbattimento delle spese generali familiari. Questo, al di là della professione di fede di chiunque, è un dovere sociale nell’interesse comune. Quanto all’obiezione di coscienza dei medici che si vorrebbe eliminare, ritengo che non si possa obbligare nessuno ad uccidere. Resiste infatti paradossalmente l’obiezione di coscienza rispetto ai militari, anche se ormai la leva militare non esiste più in molti Paesi. L’esercito di volontari esclude l’obiezione di coscienza, ma questo tipo di reclutamento non si può estendere ai medici e agli infermieri, vocati a curare e salvare vite e non a sopprimerle, mentre non è così nel caso dei militari volontari.

D. Papa Francesco vive un tempo particolarmente difficile. Le società disprezzano sempre di più la vita, perdendone il senso di sacro dono di Dio. Guerre economiche innescano migrazioni colossali che provocano reazioni sempre più dure. La Chiesa sembra sempre più sola a difendere i principi basilari della convivenza ordinata e civile, basate sul Vangelo.

R. Il Papa si impegna a portare il Vangelo mediante il dialogo. Il Papa ha a disposizione oggi solo questa “arma”. Un’arma che è una spada che non taglia e non divide, ma tenta di unire le forze in campo in grado di ragionare con serenità sul senso della vita, indipendentemente dal credo religioso. Induce continuamente tutti ad usare reciproca carità e misericordia, collante essenziale del dialogo fra diversi. Bisogna capire che se il Papa non si mostrasse capace di ascolto, anche di quelli più lontani dal Vangelo, il risultato sarebbe un inutile parlarsi “addosso” nei ristretti circoli cattolici rimasti. Lui dà l’esempio della disponibilità verso tutti, perché crede che il messaggio evangelizzatore possa e debba comunque prevalere nel lungo periodo. Occorre radunare un popolo perché ascolti. Non si può più aspettare che la gente faccia spontaneamente. Anche in America Latina il cattolicesimo soffre una crisi di ascolto e di identità evangelizzatrice. Irrigidirsi nella difesa di mura pericolanti non avrebbe senso. Occorre uscire dalle proprie mura prima che ci crollino addosso. Certo si corrono dei rischi di incomprensione fra i più legati alla tradizione. Ma i tempi richiedono rischi da correre, sforzi di dialogo sempre più difficili e arditi. La Chiesa deve essere impegnata a sostenere questa azione coraggiosa del Papa, con la preghiera anzitutto, ma anche con l’impegno evangelizzatore.

La ringrazio, Eminenza, a nome di tutta la Comunità Maria, per le sue parole che servono a fare chiarezza, ad incoraggiarci, rassicuraci e indirizzarci al bene comune.

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(1) Per gentile concessione della rivista COMUNITÀ MARIA del Rinnovamento Carismatico Cattolico

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