ALMENO PER IL 2017, L’EUROPA È AL CENTRO DEL MONDO


europaDi sicuro c’è una globalizzazione che non è in crisi: è quella politica. Non ci sono frontiere né dazi per le notizie politiche e anche la censura non è molto efficace. I partiti politici che operano all’interno di ciascuno Stato, pur avendo caratteristiche spiccatamente nazionali, cercano collegamenti e consensi esterni, dibattono gli stessi temi e propongono soluzioni affini. Il successo di uno, viene rivendicato da altri della stessa cordata. L’insuccesso è anch’esso contagioso. Ai partiti più nazionalistici, più legati a problemi specifici, fa gioco dimostrare di non essere isolati: se dovessero andare al potere, avrebbero all’estero delle forze di riferimento. Alla fine, però, la base elettorale di un partito resta nazionale e sono le considerazioni interne a prevalere. Per questo le cosiddette “internazionali” (liberale, socialista, comunista, democristiana) hanno funzionato solo a sprazzi. Quello che, invece, sta emergendo è l’interesse che gli Stati portano alle evoluzioni politiche interne degli altri Stati perché si ritiene che la politica che uno Stato sta svolgendo risulterà favorita o sfavorita dai risultati elettorali che si svolgono o si svolgeranno a breve scadenza in altri paesi, non tutti ma con quelli con cui si hanno rapporti più intensi. Sono in gioco interessi reali e importanti. Se ciò giustifica l’attenzione, non giustifica l’ingerenza, sancita in diversi atti internazionali. Se, per il momento, almeno in uno Stato altamente sviluppato, è difficile credere che un altro Stato possa entrare nelle urne e manipolare il voto o il conteggio dei voti, l’ingerenza si manifesta in altri modi che hanno alle spalle un’antica tradizione e molti precedenti. La forma più semplice è quella di aiutare finanziariamente un partito o un leader dalla cui vittoria ci si aspetta un comportamento vantaggioso. Tale pratica è stata consueta all’Urss a favore di diversi partiti comunisti e agli Stati Uniti a favore di diversi partiti o leader filo-occidentali e filoamericani in specie, ma da diverso tempo si ricorre a metodi più sofisticati, che si muovono su due piani paralleli: quella della comunicazione e quello della finanza. Vecchi e nuovi media, a livello internazionale, portano l’attenzione su alcuni fatti e non su altri, così che a beneficiarne, all’interno di un Paese alla vigilia del voto, sono alcune forze o leader e non altre. Lo stesso avviene manovrando la leva finanziaria, facendo salire o scendere lo spread sui titoli di Stato di quel paese, aumentando, attraverso le grandi imprese, gli investimenti o disinvestendo, creando improvvise sacche di disoccupazione e aggravi per il bilancio di quello Stato oggetto di “attenzione”. Alcuni leader vengono intervistati e le loro virtù esaltate; di altri si descrivono i pericoli che deriverebbero da una loro elezione. Si crea un consenso, positivo o negativo, che finisce per influenzare anche una piccola parte di elettori, sufficiente però a modificare un trend, a rovesciare in vista del traguardo le prospettive dei partiti concorrenti. Le elezioni politiche svoltesi ieri (15 marzo) nei Paesi Bassi non sono quindi avvenute in un clima di isolamento nazionalistico, ma alcuni episodi recenti originati all’estero hanno senza dubbio avuto un effetto, limitato ma importante, sull’esito finale.

Ci riferiamo, in particolare, alle dichiarazioni molto dure nei confronti di quel Paese pronunziate dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan che, dopo aver dato della ‘nazista’ alla Germania della Merkel, ha accusato l’Olanda di essere stata responsabile del massacro di Srebrenica. Ciò ha provocato un effetto boomerang: molti elettori olandesi, di fronte alla ferma reazione del capo del governo, Mark Rutte, hanno pensato bene di confermare al suo partito liberale di destra (Vvd) un largo consenso, permettendogli di conquistare (con il 94% dei voti scrutinati) 33 seggi sui 150 della Camera Bassa, ma ne ha persi 10. In apparenza gli ha reso un servizio, ma in realtà il presidente turco ha fatto un’operazione mirata sulla propria popolazione, sull’imminente referendum che dovrebbe consentirgli di modificare la Costituzione e rafforzare il proprio potere attraverso un regime presidenziale. Non solo: con la sua offensiva, Erdogan ha regalato ai partiti europeisti dell’Ue l’opportunità di affermare che gli olandesi, con il loro voto, hanno riaffermato la loro scelta a favore dell’Europa, proprio mentre il Parlamento britannico confermava l’autorizzazione al primo ministro May di avviare il negoziato per l’uscita del Regno Unito dalla Ue. Erdogan ha quindi danneggiato il Pvv, il partito islamofobo e anti-Ue di Geert Wilders che ha conquistato “solo” 20 seggi mentre 19 seggi sono andati al partito democristiano Cda e altrettanti ai liberali di sinistra del D66. Hanno guadagnato i verdi saliti a 16 seggi mentre i socialdemocratici del Pvda sono scesi a 9 seggi dai 38 che ne avevano e sono stati superati dai socialisti radicali che hanno ottenuto 14 seggi. Un partito dichiaratamente antirazzista, il Denk, ha ottenuto 3 seggi. Nonostante l’euforia della vittoria, Rutte ha solo 33 seggi su 150 (ne ha persi 10 rispetto alle elezioni del 2012) e per mettere insieme una coalizione gli occorreranno, secondo gli esperti, alcuni mesi. Un dato significativo è quello dell’affluenza: 81%, in controtendenza contro la disaffezione largamente diffusa negli ultimi anni. Ora spetta alla Francia, tra aprile e maggio, scegliere il nuovo Presidente e poi, a settembre, ci saranno le elezioni politiche in Germania. È difficile che Francia e Germania ammettano che il voto sarà condizionato da influenze esterne. La vera battaglia si svolgerà in Francia poiché la Germania, rivinca la Merkel o vinca Schultz, proseguirà la sua politica eurocentrica. In Francia, la campagna elettorale si è molto incattivita a livello personale con indagini e rivelazioni di stampa che hanno colpito il candidato gollista Fillon, che sembrava destinato a vincere, il candidato progressista Macron, improvvisamente salito nei sondaggi, e la Le Pen, portabandiera dell’antieuropeismo che potrebbe arrivare in testa al primo turno ma avrebbe grosse difficoltà al ballottaggio a meno di un’ondata nazionalistica che farebbe saltare definitivamente la Ue e, in particolare, l’euro. Questi pochi cenni sono più che sufficienti a dimostrare che nessun paese può restare indifferente alle evoluzioni politiche degli altri. Ciò era accaduto anche in passato, ma in modo meno evidente e, soprattutto, la posta non era così alta come è quella che si gioca in questo 2017, specie dopo la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti, le cui linee di azioni, nonostante alcune dichiarazioni forti, sono ancora tutte da definire. È possibile che lo stesso Trump voglia attendere di vedere che cosa accadrà in Europa che, almeno per il momento, è tornata ad essere il centro del mondo.

Alessandro Corneli

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