PRESIDENZIALI IN FRANCIA: LA FINTA CHIAREZZA


emmanuel_macron.jpg--Nonostante le minacce terroristiche, l’80 per cento dei francesi si è recato alle urne per il primo turno delle elezioni presidenziali. Il risultato è chiaro: al ballottaggio del 7 maggio si presenteranno Emmanuel Macron, che ha ottenuto il 23,9% dei voti, e Marine Le Pen, che ha ottenuto il 21,7%. Il primo rappresenta la scelta europeista (e infatti l’euro si è subito apprezzato); la seconda, invece, rappresenta una forte posizione antieuropeista. Apparentemente, quindi, il risultato non avrebbe potuto essere più chiaro poiché la scelta della Francia è con l’Europa o contro l’Europa. Nella sostanza, invece, manca proprio la chiarezza. Perché l’europeismo di Macron, che quasi sicuramente vincerà il ballottaggio e conquisterà l’Eliseo, significa lo status quo, cioè la Francia in mezzo al guado, con una modesta ripresa economica, al traino della Germania, la sola a decidere il futuro dell’Europa. Ma è ormai questo il destino degli europeisti: essere per l’Europa comunque e sempre per non toccare un castello di interessi che, se franasse, cadrebbe sulla loro testa. Europa come rendita di posizione finché dura, Europa come centro di raccolta e redistribuzione di denaro. Facilita questo obiettivo l’origine della fortuna politica di Macron, appartenente alla prolifica famiglia dei Rothschild, che appena un anno fa ha fondato – se così si può dire – un partito, una formazione a sostegno della sua candidatura, denominato “En marche”, il cui peso verrà misurato in occasione delle prossime elezioni legislative e che, dato il sistema elettorale a due turni, lo premierà anche perché già molti sono saltati sul carro del vincitore: i socialisti, quasi spariti poiché il loro candidato, Hamon, ha raccolto solo il 6,4%,, e i soliti vecchi centristi, che degli alberi sotto cui si riparano si accontentano di gustare i frutti che cadono e l’ombra. Grande sconfitto è il gollista François Fillon (20% dei voti), che si è suicidato per quattro spiccioli arraffati a favore dei familiari. Pensando agli apparentamenti per il secondo turno delle elezioni legislative si è subito schierato con Macron. Paga soprattutto le divisioni che hanno caratterizzato il campo gollista da Chirac in poi, che sacrificò un politico di razza come Alain Juppé al suo desiderio di un secondo e poco glorioso mandato presidenziale, per poi mettere in mano il partito a un mezzo avventuriero come Sarkosy al quale resta la magra soddisfazione della sconfitta del rivale Fillon. I politologi affermano che il primo turno delle presidenziali ha spazzato i vecchi partiti tradizionali, il gollista e il socialista, che finora si erano contesi l’Eliseo. Infatti sia Macron sia la Le Pen hanno puntato su se stessi, sul movimento leaderistico che galleggia sui mass media e sulle emozioni che si coagulano su pochi slogan ben scelti dagli esperti di marketing politico. Dietro Marine Le Pen, comunque, e lo si vedrà al secondo turno, c’è una massa di elettori valutabile tra il 40 e il 45% che comprendono una parte degli euroscettici che hanno seguito il candidato di sinistra Mélenchon (19,5%). Sarà comunque soddisfatta… di non avere un futuro. Sempre che il caso non ci metta lo zampino, ma l’individualismo dei francesi non è come quello degli americani, è molto più velleitario e molto meno concreto. Mentre una (improbabile) vittoria di Marine Le Pen segnerebbe la fine rapida dell’Unione Europa, la vittoria (probabile) del centrosinistra di Macron accoderà la Francia al modello italiano poiché Macron, con qualche lieve differenza, si appresta a diventare il Matteo Renzi d’oltralpe, ma con quei poteri che la Costituzione gli conferisce e che il leader nostrano ha vanamente inseguito. Il problema non è però la quantità di poteri in mano a un leader, ma l’esistenza o meno di idee nella mente di un leader. Dobbiamo solo aspettare per verificare quelle del prossimo presidente della Repubblica Francese.

Alessandro Corneli

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