È l’intelligenza che crea la ricchezza


Pubblichiamo l’intervento che il Prof. Marco Vitale, Economista d’Impresa e Presidente Onorario di SERVIRE L’ITALIA, ha svolto oggi al Teatro Parenti di Milano nell’ambito dell’incontro pubblico organizzato dall’Associazione “ARCIPELAGO MILANO” per convincere i soci di riferimento di AREXPO (Mef, Comune di Milano e Regione Lombardia) a rifare il bando in corso per il “masterplan” delle aree ex Expo Milano 2015 per garantire una maggiore concorrenza tra le imprese e attirare interesse dall’estero. All’inizio viene ricordato un profondo pensiero di Carlo Cattaneo (“CHIUSO IL CIRCOLO DELLE IDEE, RESTA CHIUSO IL CIRCOLO DELLE RICCHEZZE”) e alla fine un “comandamento” di Luigi Sturzo per gli uomini politici (“SERVIRE NON SERVIRSI”).

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È L’INTELLIGENZA CHE CREA LA RICCHEZZA

di Marco Vitale

 

Non parlerò degli scali ferroviari, né degli investimenti necessari per lo sviluppo, né delle implicazioni giuridiche o delle difese a disposizione dei cittadini, perché conosco gli eccellenti contributi che su questi temi si apprestano a dare Riccardo Cappellin e Fausto Capelli con i quali totalmente concordo. Non conosco il contributo di Stefano Bocchi ma sono convinto che anche questo sarà eccellente. Dunque non voglio consumare il Vostro tempo e attenzione ripetendo cose che altri vi diranno meglio di me. Preferisco concentrarmi su alcuni temi generali, non tecnici ma politici, o se preferite, di convivenza civile, per condividere con voi una forte preoccupazione. Se guardiamo magari con una certa superficialità i dati economici della Lombardia e in particolare di Milano, ed anche se osserviamo e partecipiamo alla grande vitalità di tanti settori della vita milanese e lombarda, potremmo essere relativamente soddisfatti, soprattutto se ci confrontiamo con i corrispondenti dati nazionali. Ma io non dimentico che in questa città è nato e vissuto uno dei più grandi economisti italiani, quel Carlo Cattaneo che nel 1861 ha scritto uno dei più lucidi contributi di sempre, non solo italiani, sul tema dello sviluppo. Questo saggio intitolato “Del pensiero come principio d’economia pubblica”, è stato definito da uno dei maggiori pensatori americani, da poco scomparso, con queste parole: “(these) graceful and powerful essays on political economy by Carlo Cattaneo (1801-1869) might long ago have taken their place as classics alongside the work of Adam Smith, David Hume, and John Stuart Mill, except for the accident of not having been (until now) translated into English”. In questo lungimirante saggio, Cattaneo distingue tra i fattori materiali e quelli immateriali dello sviluppo e sostiene che lo sviluppo non è frutto né del capitale né del lavoro ma dell’intelligenza dell’uomo: “prima d’ogni lavoro, prima d’ogni capitale, quando le cose giacciono ancora non curate e ignote in seno alla natura, è l’intelligenza che comincia l’opera e imprime in essa per la prima volta il carattere di ricchezza”. Si badi bene – dice Cattaneo – non è la conoscenza che crea la ricchezza, come si legge nella maggior parte dei manuali odierni, ma è l’intelligenza, il pensiero che crea la conoscenza e, quindi, la ricchezza. E dice Cattaneo con una affermazione memorabile: “Chiuso il circolo delle idee, resta chiuso il circolo delle ricchezze” È questo che mi fa paura nella Milano e nella Lombardia odierna: la mancanza di pensiero, la mancanza delle idee e quindi la incapacità di progettare il futuro. Quindi usando il termine “sostenibile” come lo uso io, e cioè come capacità di durare nel tempo, di creare nuovo sviluppo, occupazione, cultura, qualità della vita (e che ai tempi di Cattaneo sintetizzavano nel bellissimo termine di: incivilimento), temo che sia appropriato dire che la strategia economica di questa Regione e della sua capitale MILANO non è sostenibile. E se non è sostenibile non può neanche essere solidale. Mi fa paura l’assenza di pensiero, di dibattito pubblico, di stampa libera e competente. Qualche esempio relativo a tre fattori che hanno oggi un grande significato sul presente e sul futuro di Milano e, quindi, anche della Regione. Ma mi fa paura soprattutto la crescente ambiguità e confusione tra responsabilità e compiti pubblici su beni comuni e il loro inserimento in schemi puramente privatistici attraverso i quali valori pubblici vengono incamerati in ricchezze private. Lo schema truffaldino, che in parte ricorda quello che è avvenuto in Russia dopo il disfacimento dell’URSS, è il seguente: beni pubblici acquistati con denari pubblici (Arexpo), o espropriati per fini pubblici (scali ferroviari), vengono apportati in una SpA e da quel momento vengono gestiti in chiave totalmente privatistica per obiettivi di arricchimento privato. La ciliegina sulla torta è rappresentata dalla quotazione in borsa. Se quella S.p.A. viene quotata in borsa e parte del capitale collocato sul pubblico, la trasformazione da bene comune a bene privato è completata. Al primo posto metto il progetto per l’area Arexpo. Qui sono previsti due insediamenti importanti di enti formativi e di ricerca che dovranno rappresentare il nucleo base del Parco Scientifico che abbiamo sempre indicato come lo sviluppo più appropriato per questa area preziosa. Il governo attribuisce un ruolo strategico al progetto e lo sostiene con 1.5 miliardi ripartito in dieci anni, un impegno non comune. Ma per il resto dell’area e per il disegno complessivo, invece di progettare un disegno urbanistico funzionale allo sviluppo della città metropolitana si è lanciato un bando di gara, in puro stile privatistico, finalizzato al più redditizio uso delle aree. E chi lo ha lanciato? Una società Arexpo che fa capo al Comune di Milano ed alla Regione Lombardia e che è stata finanziata, per il resto dalle banche, cioè una società pubblica che più pubblica non si può. E quale è il risultato di questa gara? Disastroso. Da vergognarsi come cittadini di Milano. Un numero esiguo di concorrenti su uno dei quali il bando sembra fatto su misura. Eppure si tratta di vincolare questo importantissimo pezzo di città per 99 anni!

Si parla, in modo irridente, di un bando internazionale, ma non si pubblica un testo in inglese. Arexpo ha presentato l’area di progetto (non il bando) in inglese al Mipim, il più grande evento internazionale del settore, dal 14 al 17 marzo nell’ambito del padiglione Italia, anch’esso pagato con soldi pubblici, ma è stato fatto due settimane dopo la chiusura del bando. Il bando del Comune di Torino per il “masterplan” della Variante 200 ha attirato 19 domande da tutto il mondo (a fronte di una base d’asta di soli 500 mila euro). A Milano se ne sono presentati pochissimi. Un esito fallimentare, ma non poteva essere diversamente. Si può dire: strategia perfetta, risultato raggiunto. Come scrive un vero esperto internazionale della materia: “Non è pensabile che una vera gara internazionale con una base d’asta di 3 milioni di euro per servizi di consulenza produca pochissime domande e non garantisca vera concorrenza… E’ nell’interesse pubblico rifare il bando per il masterplan delle aree Expo Milano 2015? Sì, nel caso in cui le candidature fatte entro la scadenza per il 28 febbraio fossero così poche (3 o 4) da non garantire una vera concorrenza”. Insomma si tratta di una autentica vergogna che ha creato un danno di immagine gigantesco alla città di Milano. In alcuni centri accademici di studi urbanistici internazionali le reazioni sono state molto severe. E da noi? Salvo poche voci isolate il silenzio più totale. E il Comune? Silenzio. E la Regione? Silenzio. E i giornaloni? Silenzio. Tutto è sostenibile, per chi è conformista. Al secondo punto metto gli scali ferroviari, un’altra occasione straordinaria per discutere di sviluppi urbanistici per Milano, come illustreranno Cappellin e Capelli. E anche qui salvo qualche reazione di circoli di architetti (subito archiviate come questioni di bottega), il silenzio più totale e da parte degli amministratori un atteggiamento sprezzante. Non disturbate il manovratore! Ma è questione cittadina di primaria importanza basata su terreni a suo tempo espropriati per pubblica utilità e non beni di una immobiliare se sugli stessi vuol fare profitti a beneficio dei manager di FS, un soggetto che ha ricevuto sovvenzioni pubbliche di grandi dimensioni. Il terzo punto è il progetto di città metropolitana. Appesantito da leggi sbagliate ma anche dalla volontà di non procedere, si sta fermi, si procede a fatica, solo grazie agli sforzi eroici dei volontari. Milano dovrebbe avere un’autonomia di Città Stato come Londra, Berlino, Amburgo, Vienna, Ginevra, Madrid, San Pietroburgo. E’ una proposta lanciata molti anni fa dal compianto Mario Unnia, e che ora è ripresa da gruppi di cittadini.

Io credo che questa sia la battaglia cruciale sulla quale dovremmo convergere. Ma dovremmo farlo con la determinazione necessaria, sin che siamo in tempo, per impedire la nuova cappa di affarismo e di conformismo che sta nuovamente calando su Milano e sulla Regione Lombardia. Però dovremmo anche imparare a utilizzare gli strumenti di difesa legale. Come esempio posso citare l’azione svolta da singoli cittadini per la difesa dei principi costituzionali di fronte ad una riforma grossolana e pasticciata che mirava a far sparire la categoria delle Banche popolari. Non si trattava di opposizione ad una riforma utile ma ad una violenza contro principi cardine della nostra Costituzione, tanto che questi pochi e sparuti cittadini sono riusciti a portare la questione davanti alla Corte Costituzionale. Un altro esempio è rappresentato dall’azione giudiziaria in corso da parte di associazioni ambientaliste a difesa dell’equilibrio del Lago d’Idro contro un enorme sperpero di denaro pubblico per la creazione di un inutile e dannosissimo “by pass”. Qui il nemico era il pubblico, cioè la Regione, con il suo famigerato braccio operativo delle Infrastrutture Lombarde. Niente di nuovo sotto il sole. La ragione e i dibattiti, comunque impediti o soffocati anche dall’assenza di una stampa vigile e combattiva, da una sempre più violenta intolleranza, e dall’intontimento dell’opinione pubblica, non sono più sufficienti di fronte a una classe dirigente che, alle semplici parole, risponde riprendendo il motto: e chi se ne frega.

Dobbiamo invece alzare una bandiera con il motto che fu di un grandissimo sindaco, Luigi Sturzo, che diceva: Servire non servirsi.

2 thoughts on “È l’intelligenza che crea la ricchezza

  1. Resto sempre compiaciuto, e sollevato, del raro accoppiamento che continuamente emerge da quanto scrivi e dici tra tensione etica e civile ed efficacia concretezza delle soluzioni suggerite. Grazie.
    Rosario Amodeo

  2. Pingback: È l’intelligenza che crea la ricchezza – antoninotorrisi41

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