Don Sturzo, un uomo libero


È uscito in questi giorni il nuovo libro di Alberto Mazzuca edito da Minerva “PENNE AL VETRIOLO” con un lungo sottotitolo: “I grandi giornalisti raccontano la prima Repubblica. Da Gianna Preda a Fortebraccio insieme a Giovannino Guareschi, Leo Longanesi, Indro Montanelli, Giovanni Ansaldo, Ennio Flaiano, Mario Pannunzio, Arrigo Benedetti, Ernesto Rossi, Giuseppe Prezzolini, Camilla Cederna, Enzo Biagi, Oriana Fallaci, Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Giampaolo Pansa……”. Estraiamo dal libro, molto interessante, due passi che parlano di don Sturzo e di Marco Vitale.

 

 

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DON STURZO, UN UOMO LIBERO

di Alberto Mazzuca

 
Il 9 agosto 1959 muore a Roma nel convento delle canossiane don Sturzo. Ha 88 anni. Una bella figura di prete, uno dei più prestigiosi simboli del cattolicesimo democratico, un politico dalle geniali intuizioni. Ventiquattro ore prima due suoi visitatori, Marcello Rodinò e Giuseppe Palladino, lo avevano trovato stanco, fisicamente sfinito e in lacrime; ripeteva con voce strozzata, riferendosi al “milazzismo” e alle manovre per portare i socialisti al governo: “Povera Sicilia mia, povera Italia mia…”. Poi aveva detto, lasciando pietrificati i due interlocutori (Rodinò era l’amministratore delegato della Rai. Palladino l’esecutore testamentario del sacerdote): “Ora la mafia diventerà più crudele e dalla Sicilia risalirà l’intera penisola per portarsi anche oltre le Alpi”. Nel suo testamento spirituale don Sturzo scrive: “(…) in tutto ho cercato di adempiere al servizio della verità. Difetti, colpe, miserie mi siano perdonati dagli uomini come sono sicuro che mi sono stati e mi saranno perdonati da Dio”. Palladino, un economista pugliese trapiantato a Roma, ricorderà nel suo libro Don Sturzo oggi una delle convinzioni più profonde del sacerdote siciliano: “Sono un uomo libero da qualsiasi interesse terreno, economico o politico; libero perché nulla temo, nulla spero, nulla desidero che sia nell’ordine di questo mondo. Parlo, scrivo, combatto perché sono un uomo libero e perché ho difeso e difenderò fino a che avrò fiato la libertà. La libertà si conquista ogni giorno, la battaglia comincia con l’uomo e non finisce che con l’uomo…”. Una lezione, sosterrà Marco Vitale, “di straordinaria attualità per tutto il Paese” di fronte alle già “profonde degenerazioni che affondano le loro radici nella irresponsabilità, nell’egoismo, nel capitalismo predatore”. L’ultima battaglia, impostata sulla base del rigore morale, non lo vede vincente, i suoi moniti hanno poco ascolto, Francesco Malgeri dirà che “la sua fu una sorta di predica nel deserto: la predica di un profeta disarmato, scomodo e fastidioso”. Il giorno dei funerali Giovanni Gronchi preferisce partire per Napoli. Non si fa vedere nemmeno Fanfani e Gianna Preda trova che questa “sia almeno una prova di sincerità”.

La Preda, che ha incontrato don Sturzo ma non ha un feeling particolare con lui, scrive: “Sino all’ultimo giorno della sua lunga e coraggiosa vita, egli ha visto lucidamente ogni cosa: i tradimenti, i drammi dell’Italia e il suo destino statalista e aperturista. Sino all’ultimo giorno ha combattuto, con straordinario vigore e forza d’animo, contro i ladri, i comunistelli di sacrestia, i vigliacchi e gli speculatori del partito che si dice cristiano e democratico. La tarda età, gli acciacchi, la solitudine, gli odi contro di lui, le pressioni non hanno mai avuto ragione della sua coscienza. È morto l’ultimo vero combattente cattolico dell’Italia democristiana, e dunque, la Dc, salvo poche eccezioni, è in festa”. Nell’ottobre 1959 don Sturzo sarà commemorato da Adone Zoli, l’ex premier, al Consiglio Nazionale della Dc, al termine del suo intervento Zoli, senza accorgersi, che il microfono è ancora in funzione, si rivolge al presidente del Consiglio Segni che gli è seduto accanto: “Anche questa è fatta, come disse colui che aveva ammazzato la moglie”. Gianna Preda attribuirà a Zoli la patente di “classico rappresentante di quella che normalmente viene definita morale democristiana”. (…) “Alta corruzione”, sostiene Marco Vitale che su questo tema ha da anni portato avanti la battaglia iniziata nel dopoguerra da don Sturzo, “vuol dire bassa competitività. E bassa competitività vuol dire cattiva economia e bassa occupazione. Alta corruzione vuole dire porte aperte alla malavita organizzata che, non a colpi di lupara ma di corruzione, si inserisce nei gorghi della vita economica. E tutto ciò vuol dire deterioramento dei rapporti civili, democratici, sociali. Ma non basta la denuncia, anche se la denuncia è indispensabile. Quello che occorre è una chiamata alle armi, un riunire le forze, una reazione, la capacità di esprimere una energia positiva. Perché solo questa scarica di energia positiva potrà alimentare la speranza e convincere i governanti che non sono i reggitori di un Paese di ladri ma solo di un Paese percorso da bande di ladri che, come nel Far West, possono e devono essere sconfitte. Ma senza una spinta forte dei cittadini nulla cambierà e la situazione continuerà a deteriorarsi”. Quella di Vitale è in definitiva una chiamata alla responsabilità di ognuno di noi. Degli imprenditori: cosa fate per combattere la diffusione della corruzione tra le vostre file? Dei banchieri: come mai trovano da voi salotti accoglienti i signori del denaro che si rivelano essere grandi corruttori mentre i signori del lavoro, i piccoli imprenditori, trovano spesso le porte sbarrate? Dei giornali e dei giornalisti: perché tanti silenzi? Dei sindacati: perché vi comportate come i partiti? Dei magistrati: perché talvolta saltano le garanzie di un’assoluta imparzialità? Dei politici: perché non stabilite una volta per tutte criteri trasparenti per selezionare la classe politica e gli amministratori pubblici?

 

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