IERI: MUORE DON LUIGI STURZO “E LA DC, SALVO POCHE ECCEZIONI, È IN FESTA”, OGGI: ATTUALIZZIAMO IL POPOLARISMO, DOMANI: L’ITALIA SARÀ IN FESTA


sturzo-indica-la-viaFu la giornalista Gianna Preda a fare il suddetto commento (tra virgolette) all’indomani della scomparsa di don Sturzo, come ricorda Alberto Mazzuca nel suo interessante libro “PENNE AL VETRIOLO” (Editore Minerva). Il giorno del funerale il Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, preferì andare al mare e Amintore Fanfani non si fece vedere. Mio padre, che fu uno dei tre esecutori testamentari del grande sacerdote di Caltagirone, mi disse quel giorno: “Con grande tristezza ho sentito alcuni uomini della Dc trarre un sospiro di sollievo: finalmente se n’è andato!”. Per questo giudico ipocrita, per nulla rispettoso della verità storica, il tentativo di molti ex Dc di far resuscitare lo scudo crociato richiamandosi ai “valori e alle radici popolari”, nonché all’appello sturziano – veramente liberale, popolare e quindi antistatalista – rivolto a “tutti gli uomini liberi e forti”. Lo giudico un tentativo maldestro di rifarsi una “verginità ideale” che non spetta loro, in quanto promotori dell’utopistico progetto di creare in Italia una società cristiana e socialista in presenza di una conflittualità permanente fra due culture diverse e antagoniste, due culture che non potevano avere valori comuni, come giustamente sosteneva il Senatore a vita Luigi Sturzo. Questi fu tenacemente contrario all’apertura a sinistra della Dc, perché prevedeva chiaramente i danni morali, politici ed economici che una simile “deviazione” avrebbe causato al Paese. Negli anni ’50 il fondatore del Partito Popolare Italiano levò centinaia di volte la sua voce contro l’apertura a sinistra, perché temeva la concorrenza sleale e costosa dello Stato imprenditore (sleale nei confronti delle imprese private e costosa per l’Erario), temeva il dilagare della corruzione politica, lo strapotere dei sindacati (coniò la parola “sindacatocrazia”) e la perdita del potere d’acquisto della lira. Ma soprattutto temeva la scristianizzazione dell’Italia, con la ragione morale calpestata dalla ragione politica e dalla ragione economica, che sarebbero così diventate prive di ragione, ossia prive di razionalità.

La Dc si è alla fine frantumata (come profetizzò Sturzo), perché i suoi vertici – a partire dal 1963 – non sono stati capaci di applicare l’ideale cristiano alla politica. In loro è mancata quella naturale “impronta” etica e morale (alla base del buon senso politico ed economico), che doveva essere sempre presente in chi aveva accettato l’onore e si era assunto l’onere di fare politica in un partito, che si definiva non solo democratico, ma anche cristiano. Tuttavia Sturzo non volle che questo aggettivo fosse inserito nel suo Partito Popolare (“perché Cristo è di tutti e non di una sola parte ”) e al ritorno dal suo lungo esilio si definì “il capo di un partito disciolto ”. Nonostante questo, nel gennaio 1994 la corrente di sinistra della Dc fece rinascere il PPI commettendo – secondo mio padre – “una scorrettezza politica e storica”. Fu poi una scorrettezza punita dalla sua breve vita e dal successivo fiorire e sfiorire della Margherita. Chiarito tutto ciò, è sorprendente che venerdì prossimo Ciriaco De Mita organizzi a Napoli un convegno aperto a tutti coloro che si riconoscono “nelle radici popolari” e che abbia intenzione di promuovere – a quasi 90 anni di età (auguri!) – una “coalizione popolare”, stando bene attento a non inserire l’aggettivo “democristiana”. Forse De Mita si è ricordato di quanto disse in un lontano giorno del 1989: “La Dc ha un grande peccato: il suo retroterra culturale è il popolarismo di Don Sturzo, ma la nostra gestione del potere è in contraddizione con questo insegnamento”. Più che di un “retroterra” si è trattato di un “sottoterra”. Chiudo qui il discorso sugli ex-Dc, nostalgici della Dc, che si definiscono “democristiani non pentiti” e che ora desiderano dissotterrare lo scudo crociato. Non credo che avranno un grande futuro e ritengo che un giorno la storia dirà che non hanno avuto un grande passato, se si eccettua il breve periodo in cui governò la Dc di De Gasperi. Seguo con interesse il coraggioso tentativo di Stefano Parisi di formare una coalizione di centro popolare e liberale. Mi auguro che abbia successo nel superare l’asticella del 5% e magari di andare ben più in alto, evitando – come lui si è giustamente proposto – di fare salire a bordo rappresentanti della “zavorra” del presente e del passato. Gli chiedo: perché non attualizzare il popolarismo sturziano come difesa e superamento dei tanti populismi odierni? Questa rinascita potrebbe avere un grande futuro, perché trarrebbe alimento da ottime “radici”, quelle veramente liberali e popolari non inquinate dalla cattiva cultura dei compromessi.

 

Giovanni Palladino

 

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