UNA FEDE PROFONDA NEL BENE E NELLA REDIMIBILITA’ DELL’UOMO


Pubblichiamo l’articolo che uno dei più grandi giornalisti italiani pubblicò su L’EUROPEO il 23  agosto 1959 per commemorare la figura di Don Luigi Sturzo. Profetico il suo giudizio:

“In quel Sahara d’incompetenza ch’è il nostro Parlamento, i documentatissimi interventi di quel vecchiaccio grifagno e irriducibile cadevano in un impaurito silenzio. E infatti con il silenzio egli è stato combattuto e isolato, come per una tacita congiura collettiva, di cui siamo stati tutti più o meno complici. Nessuna delle implacabili denunzie di Don Sturzo è stata riecheggiata come doveva”.

 

 

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UNA FEDE PROFONDA NEL BENE E NELLA REDIMIBILITA’ DELL’UOMO

Indro Montanelli

 

Io sono nato in una famiglia popolata di laici arrabbiati, con qualche zio repubblicano e massone, una famiglia dove il nome di Don Sturzo faceva arricciare il naso. Sicchè sono cresciuto anch’io nell’esecrazione di quel prete, che consideravo intransigente e impiccione. Poi, quando tornò in Italia, andai a conoscerlo di persona, convinto di trovare un vecchio inacidito dall’esilio, rancoroso e gongolante della disfatta, che gli aveva consentito il rientro in patria. Trovai invece un vegliardo rattristato, che del fascismo parlava senza acredine e di Mussolini con cristiana pietà: e quando ci mettemmo a discorrere del passato e di quella fatale catena di errori e di incongruenze  che nel ’22 aveva provocato il crollo della democrazia, disse di se stesso e del suo Partito Popolare quasi le stesse cose che avevo udito nella mia famiglia liberale, laica e massoneggiante.

 

Questa sconcertante sincerità non l’applicava soltanto nel redigere il bilancio del passato, ma anche nel formulare giudizi sul presente e soprattutto sugli uomini e sugli orientamenti di quel partito democristiano, che riconosceva in lui il suo padre spirituale, ma in cui lui non si riconosceva come figlio legittimo .

 

E non è che lo lasciasse capire a mezze parole soltanto. No no, lo diceva con quell’impeto, con quel calore siciliano che, quando è sincero, è il più nobile e convincente del mondo. Salvo un po’ di stima (ma condizionata) per De Gasperi, e un po’ di affetto (ma con riserva) per Scelba, ce n’era per tutti. E, non contento di dirle a chi andava a trovarlo, il gran vecchio le scriveva anche agli interessati con identica franchezza. A poter riunire tutte le lettere sotto cui sommerse gli uomini politici, soprattutto della Dc, ci sarebbe da compilare il più interessante trattato di storia italiana contemporanea. Ma nessuno può farlo, perché i destinatari di quelle lettere non le cederebbero mai, ammesso che le abbiano conservate.

 

Ognuna di esse rappresenta per loro un atto d’incriminazione, tanto più terribile in quanto veniva dal vegliardo di più lunga esperienza, di più alto prestigio e di più immacolato disinteresse.

 

Io non so se in tutte le cose e su tutti i problemi egli abbia visto giusto. Questo giudizio è alla storia che spetta darlo, quando si potranno fare dei bilanci al di fuori della polemica. So soltanto che nessuno dei suoi atteggiamenti poteva essergli suggerito da avidità di guadagno o da ambizione di carriera. Chiuso in un eremo di suore, senza bisogni, senza famiglia, senatore a vita e quindi affrancato da ogni calcolo elettorale, quest’uomo poteva benissimo – dopo tanti anni travagliati –  godersi in pace i vantaggi della sua altissima posizione morale, che nessuna vicenda politica poteva insidiargli.

 

Il fatto è che in lui c’era uno zelo, un impegno missionario, una fede profonda nel bene e nella redimibilità degli uomini: tutti ingredienti che non abbondano di certo                                                     

nell’attuale  classe dirigente italiana, dove gli unici calcoli che sanno fare con sagacia sono quelli dell’utile e dell’opportuno. Ed era appunto questo che non dava pace a Sturzo. Egli non si rassegnava alle miserie di cui è impastata la nostra vita politica e alla meschinità di cui fa quotidiano sfoggio. La malafede, la disonestà, la parola tradita, l’ impegno evaso scatenavano in lui tempeste di indignazione che gli ispiravano articoli, lettere, interventi in Senato.

 

Prima di affrontare un problema, lo sviscerava in tutti i  dettagli con infaticabile pazienza; pertanto era impossibile “beccarlo” su qualche errore di fatto. In quel Sahara di incompetenza ch’è il nostro Parlamento, i documentatissimi interventi di quel vecchiaccio grifagno e irriducibile cadevano in un impaurito silenzio. E infatti con il silenzio egli è stato combattuto e isolato, come per una tacita congiura collettiva, di cui siamo stati tutti più o meno complici. Nessuna delle implacabili denunzie di Sturzo è stata riecheggiata come doveva.

 

Ripeto: io non so se tutto quello che diceva era giusto. So però che pioveva dall’alto di una statura morale a cui nessun uomo politico italiano – salvo Einaudi – poteva contrapporre la propria. Forse le idee di Sturzo, specie in materia economica, erano vecchie e sorpassate, forse certe esigenze del mondo moderno gli sfuggivano. Bisognerà aspettare che certe evoluzioni si compiano prima di poter dire se Sturzo aveva ragione o torto ad avversarle. Ma esse avevano su quelle altrui un prezioso vantaggio: di venire da un uomo che nemmeno l’ombra di un sospetto poteva sfiorare.

 

Questo vecchio nemico dello stato liberale unitario ha concluso la sua lunga parabola facendosene il più alto assertore e difensore senza che nessuno potesse lanciargli l’accusa di perseguirvi un interesse personale. Tutto ciò che diceva e scriveva recava il marchio inequivocabile di una convinzione profonda. Ma che magnifico spettacolo umano questo vegliardo che, sulla soglia dei 90 anni, seguitava a non rassegnarsi agli errori, alle incongruenze, alle sporcizie, e ogni mattina, dopo aver detto Messa, scendeva nell’arena e ricominciava la sua battaglia, senza nemmeno preoccuparsi della possibilità di vincerla.

 

Fra tanti lumaconi unicamente intenti a evadere ogni responsabilità, vivacchiando ai margini dei problemi senza mai affrontarli, questa specie di Don Chisciotte siciliano in tonaca di prete era l’unico a ricordare che per la verità – quella in cui si crede – è bello combattere anche senza attesa di un premio. Più che una grande mente, è una grande coscienza d’italiano che con lui si è spenta. Non sono parole di occasione. Di Sturzo avrei potuto dire esattamente le stesse cose quando era vivo, e sono convinto che potrei ripeterle a 10 anni di distanza dalla sua morte. Fra poco saranno in molti ad accorgersi del silenzio sceso sull’Italia da quando la sua voce si è taciuta.                                                                 

 

 

 

 

 

 

 

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