POPOLARISMO E DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA: AVERE FEDE NELLA POTENZA DELL’IDEALE


Il 17 giugno scorso il Prof. Eugenio Guccione ha svolto – presso la Sala Consiliare del Comune di Caltagirone – una relazione su GENESI E SVILUPPO DEL POPOLARISMO STURZIANO in occasione del gemellaggio tra il Lions Club di Siracusa e il Lions Club di Caltagirone. L’intervento completo è inserito nel nostro sito.

Qui riportiamo la conclusione.

 

Eugenio-Guccione-

Prof. Eugenio Guccione

POPOLARISMO E DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA: AVERE FEDE NELLA POTENZA DELL’IDEALE

 

Eugenio Guccione

 

La laicità della politica – che per Sturzo non è da confondere con il laicismo, coincidente con il preconcetto e becero anticlericalismo – è uno dei punti cardine della dottrina del popolarismo. I sostenitori della laicità della politica, pur consapevoli degli errori commessi dalla Chiesa in taluni contesti storici, rivendicano al cristianesimo il merito d’avere distinto i ruoli della religione e della politica e affermano che il principio del dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare (Matteo, 22, 15-22), espresso da Cristo in risposta alla provocazione dei farisei, rimane sempre valido e attuale, perché inequivocabilmente distingue, senza contrapporli, i due poteri: quello di Dio (la Chiesa) e quello di Cesare (lo Stato). Il Partito Popolare Italiano – al contrario del futuro partito della Democrazia cristiana, da cui lo stesso Sturzo prenderà le distanze dicendo che tra il popolarismo e questa «ci sono varie differenze di orientamento e di metodo»(1) – rimarrà tenace paladino della laicità della politica, tanto d’avere riscosso larghi giudizi positivi dalla critica storica. Agli occhi di Piero Gobetti «soltanto l’abilità e la profonda onestà ideale» di Sturzo «seppero evitare all’equivoca azione del partito i due scogli dell’eresia, che gli avrebbe tolto ogni importanza pratica, e del confessionalismo, che l’avrebbe ridotto idealmente a un’inerte contraddizione»(2). Per Federico Chabod il Ppi «costituisce un fatto di estrema importanza, l’avvenimento più notevole della storia italiana del XX secolo»(3). Giovanni Spadolini scorge nella proclamata laicità del popolarismo «l’autentica “rivoluzione sturziana”: il taglio netto fra clericalismo e cattolicesimo sociale, la rivendicazione perfino orgogliosa – da parte di un sacerdote – dell’autonomia dei cattolici nelle sfere della vita civile».(4) Altra marcata caratteristica della dottrina del popolarismo è l’associazionismo, di cui Sturzo fece esperienza sin dai primi anni della sua attività sociale. Egli, lanciando una sfida ai socialisti, diede vita ad associazioni cooperativistiche di ogni tipo a favore di contadini, operai, artigiani. Costoro, esclusi dalla partecipazione alla vita pubblica e privati finanche dal diritto di voto, trovavano, in compenso, grazie a quelle associazioni non solo la maniera di fare giungere all’esterno la loro voce di protesta o di proposta, ma anche, con le loro discussioni, le elezioni per le cariche direttive e, magari, con le loro polemiche e i loro litigi, la maniera di fare esercizio di democrazia, di abituarsi, di educarsi civicamente al dibattito democratico. E, se fuori essi – questi contadini, operai, artigiani – non valevano nulla, dentro le loro cooperative cominciavano a diventare protagonisti di una nuova realtà destinata a incidere sulle stesse sorti dell’Italia. Si pensi, per esempio, solo alla conseguente organizzazione dei partiti di massa.
Anche l’europeismo e il cosmopolitismo sono parte integrante del popolarismo. Sturzo, fermo assertore dei valori della persona e soprattutto della fratellanza dei popoli, sostiene che – così come le nazioni moderne, malgrado i contrasti e le guerre «si formarono col passaggio delle unità locali, città, contee e province, in unità superiori, regni, stati, nazioni» – è altrettanto «prevedibile che lo stesso passaggio avvenga da nazioni a gruppi internazionali a carattere regionale e continentale e da questi ad unità intercontinentali, e così via fino a una rappresentanza di tutti i popoli nel parlamento mondiale».(5) Per quanto concerne l’Europa i federalisti possono contare sulla «logica della storia che lega i fatti alle premesse». Se si ha fede nella «potenza dell’ideale», la vittoria è certa. Qui è concentrata tutta l’essenza dello storicismo sturziano, che, ovviamente, riconosce che la storia è il risultato della collaborazione tra due elementi: da un lato la libera azione dell’uomo, da cui spesso emergono la disarmonia, il male e il contrasto dei diversi eventi, dall’altro l’intervento correttivo della Provvidenza che dà il senso e la continuità all’esistenza dell’umanità. Agli occhi del teorico del popolarismo la federazione europea, intanto, «non può essere il prodotto di accomodamenti politici, o rappresentare gruppi di interessi nazionalistici e privati; ma deve essere la espressione di popoli che tendano all’unificazione perché legati da tradizioni millenarie di civiltà, da comunione di aspirazioni e di vita per un avvenire di benessere e di pace».(6) Per lui gli Stati Uniti d’Europa non sono un’utopia, ma soltanto un ideale a lunga scadenza, con varie tappe e con molte difficoltà. Il processo d’integrazione europea ha trovato e trova nel popolarismo un’eccezionale linfa dottrinale e una forte spinta politica. L’Europa dei Sei, base storica dell’attuale Unione, ebbe promotori e artefici di matrice popolare, quali Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman. Il popolarismo, durante le due guerre mondiali, si era diffuso in molti paesi d’Europa, tanto che Luigi Sturzo, durante il suo esilio, con la collaborazione dell’avvocato modenese Francesco Luigi Ferrari, aveva lanciato un progetto di «Internazionale bianca» in contrapposizione alla «Internazionale rossa», con il preciso proposito di raccogliere sotto un’unica bandiera i gruppi e i partiti popolari del Vecchio Continente. L’iniziativa, anche se, per il precipitare degli eventi bellici, non ebbe lo sperato successo, tuttavia servì a fornire ai sostenitori i necessari elementi per avere una chiara visione della situazione europea e, in special modo, della disponibilità delle forze democratiche e liberali per la creazione e l’appoggio di organismi politici europei al di sopra degli Stati nazionali. Il patrimonio dottrinale del popolarismo, nonostante l’odierna crisi di identità e di valori, non è andato perduto. Non esiste – è vero! – un diretto, fedele erede. Non lo è neppure il Partito Popolare Europeo, sorto sulla scia sturziana nel 1976, e, ora, inquinato da un’incontrollata apertura a partiti e partitini di incerta o, peggio, di discutibile provenienza ideologica. Ma la influenza del popolarismo si avverte, qua e là, allorquando si parla in senso cristiano di rivendicazione dei diritti inalienabili dell’uomo (quali una vita dignitosa, la libertà e la proprietà) e della difesa delle classi lavoratrici e dei meno abbienti. In Italia qualche movimento, impegnandosi a praticare la politica come servizio alla collettività, si fa interprete di un neopopolarismo, postulante l’esigenza e l’opportunità di un ritorno ai contenuti sturziani aggiornati dalla più recente dottrina sociale della Chiesa. Buon segno a conferma dell’interesse per un antico e sempre attuale e attuabile progetto.

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(1) L. Sturzo, Scritti storico-politici 1926-1949, cit., p. 236.

(2) P. Gobetti, Scritti politici, a cura di P. Spriano, Torino, 1969, p. 978.

(3) F. Chabod, L’Italia contemporanea, 1918-1948, Torino, 1961, p. 43.

(4) G. Spadolini, Il laico Sturzo, in «il Resto del Carlino», 9 agosto 1959.

(5) L. Sturzo, Nazionalismo e internazionalismo – 1946, Bologna, Zanichelli, 1971, p. 226.

(6) Cfr. Un messaggio di Don Luigi Sturzo, in «Europa Federata», 15 maggio 1949, p. 5.

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