RICOSTRUIRE LA FUNZIONE DELLO #STATO


Ennesimo articolo, quello del 13 luglio scorso sul Corriere della Sera, di Ernesto Galli Della Loggia, dedicato agli ultrasessantenni, più a coloro che vivono la quarta età che non a quelli ancora immersi nella terza età. È la desolata descrizione dell’Italia di oggi, così diversa da quella del buon tempo antico. Cinici irresponsabili devastano con gli incendi pezzi di territorio a futura speculazione; venditori di prodotti contraffatti stendono i loro lenzuoli sui marciapiedi; masse di giovani a vocazione etilica assordano interi quartieri con schiamazzi e musica ad altissimo volume fino a notte inoltrata; molte strade e piazze, dopo il calar del sole, non sono sicure, anzi sono alla mercé di bande che spacciano, rapinano, rubano, si accoltellano; è insicuro viaggiare sui treni locali dopo una certa ora e frequentare le stazioni ferroviarie. Niente di nuovo. È cronaca quotidiana. Non meriterebbe di conquistare lo spazio di un editoriale sul Corriere della Sera. Ma il tutto ruota intorno a un’idea, nemmeno troppo geniale: ciascuno, in Italia, in questa Italia, fa quello che gli pare. Non c’è dubbio che ai lettori di una certa età questa osservazione piacerà, scatenando vaghe nostalgie e moralismi a fior di labbra, condivisibili dai coetanei, quasi sempre inuditi dai più giovani. Galli Della Loggia esprime questa realtà con una (giornalisticamente) felice espressione: “L’Italia che scappa di mano”, cioè fuori controllo, finita sotto il controllo dei più forti e dei più furbi perché – questo è l’incipit dell’articolo – “L’Italia è di chi se la vuol prendere, da noi chiunque può fare quello che vuole” per cui l’immagine è quella di un Paese “in cui il governo e con lui tutti i pubblici poteri appaiono sul punto di perdere il controllo del territorio”. Questa è la realtà, né di destra né di sinistra, osserva Della Loggia. Osservazione superflua. Invece di proseguire passando dalla descrizione all’analisi, l’illustra commentatore si dilunga nella rappresentazione della “brutta realtà” sintetizzata nelle prime righe di questo scritto. Una tale realtà viene sottoposta all’attenzione del ministro dell’Interno, sollecitato a rendersi conto di essa. Poi, alla fine, poche righe sull’azione della magistratura, righe dedicate agli addetti ai lavori: “Una magistratura che prontissimi e ferratissima nel criticare l’azione legislativa dell’esecutivo quando si tratta di quella che essa ritiene la propria sfera d’interessi e di prerogative, è viceversa timidissima quando si tratta di proporre, lei, leggi o procedure efficaci per difendere gli interessi elementari dei cittadini”. Ci sarebbe da eccepire sul concetto della “azione legislativa dell’esecutivo” e sulle proposte legislative della magistratura, dal momento che, qui, le leggi le fa il Parlamento. Ma lasciamo perdere. Mi permetto allora di indicare la causa generale del pietoso stato di un Paese dove ciascuno, di solito impunito, fa quello che gli pare. La causa è questa: la distruzione della funzione dello Stato. La Liberazione e la Costituente non furono il completamento del Risorgimento, come sostiene la storiografia ufficiale. Esse furono l’anti-Risorgimento che aveva avuto il punto più alto a Vittorio Veneto. Anche il Fascismo fu, in gran parte, anti-Risorgimento perché istituzionalizzò la confusione tra Stato e Partito (unico) e ricoprì di una patina di destra la politica nazionalistica e velleitaria della Sinistra storica, vera radice dei nostri mali, portatrice di confusione tra legalità e autoritarismo. Aveva ragione Giolitti: l’Italia non avrebbe dovuto entrare nella Grande Guerra ma concentrarsi sul rafforzamento delle proprie strutture interne economiche, sociali e culturali. Giolitti non era senza difetti, ma aveva grandi competenze della macchina amministrativa e sapeva che l’Italia non era quella grande potenza che voleva sembrare. E, comunque, il peggio è venuto dopo. Le due principali componenti politico-ideologiche della Costituente erano il marxismo, rappresentato dai comunisti e dai socialisti, e il democristianismo di molti cattolici: entrambe erano critiche nei confronti dello Stato, ormai lontano modello culturale, liberal-cavourriano che si era perduto per strada, ma sufficientemente forti per creare un sistema istituzionale fondato sui partiti, cioè sul loro potere sostenuto dalle masse, anziché sull’idea di Stato, e sul consenso elettorale che questi poteva conseguire, gli uni elargendo vantaggi, gli altri enfatizzando le criticità. Ne è venuta fuori una Costituzione in cui i poteri dei diversi organi non sono stati ben delimitati ma volontariamente confusi e compartecipati, una contrapposizione, che è andata crescendo con il tempo, tra poteri locali (pensati come democratici, vicini al popolo) autonomisti/regionalisti e potere centrale burocratico, cioè freno e non motore e, soprattutto, primato della politica, in grado di condizionare tutta la vita civile e sociale attraverso una proliferazione di leggine e di costruzione di recenti di privilegio dai quali la magistrature è stata invitata a restare alla larga: cosa che ha fatto anche a causa della sua crescente politicizzazione. Dopo una manciata di anni resi produttivi dal fervore della ricostruzione postbellica – un fatto piuttosto naturale e quindi non rivendicabile da questa o quella forza politica – lo Stato è apparso come la grande macchina per raccogliere denaro (forzosamente con l’imposizione fiscale dai metodi arretrati e volontariamente con l’allettamento degli interessi elargiti ai sottoscrittori del debito pubblico) che le forze politiche avrebbero ridistribuito a pioggia per accontentare le proprie clientele. Disgregazione dello Stato dal basso, quindi, cui negli ultimi decenni si è aggiunta una disgregazione dall’alto operata dalle forze economiche transnazionali che hanno asservito a sé sia i poteri locali sia quelli centrali in mano ai partiti. Ora, il primo compito dello Stato è quello di garantire l’osservanza delle leggi che esso stesso pone e che riguardano tutti gli angoli del territorio sul quale si esercita la sua autorità. Questo compito è stato esautorato dai mille poteri locali pubblici e privati, politici, economici, leciti e illeciti che ogni giorno si sentono più forti e controllano strade e piazze, quartieri e città, province e regioni. Ogni organo dello Stato va per proprio conto tenendo in considerazione l’equilibrio dei rapporti di forza a livello territoriale. Che il 25% possieda il 62% della ricchezza, che quasi cinque milioni di italiani vivano nella grande povertà, che poco più del 50% degli elettori vada a votare, che le pagine dei giornali siano piene delle polemiche tra leader e leaderucci, che nessun problema venga affrontato e risolto, che le aziende passino sotto controllo estero, che il denaro pubblico ripiani i buchi delle banche (come faceva un tempo per le industrie) senza che nessun responsabile paghi, dimostra che, in Italia, lo Stato non c’è. È forse un esperimento? E quanto vi hanno contribuito quegli stessi lettori che si compiacciono dell’articolo di Galli Della Loggia?

Alessandro Corneli

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