LE CONSEGUENZE DELLA DEMOLIZIONE DELLO #STATO


Avevo criticato l’editoriale di Ernesto Galli Della Loggia del 13 luglio sul Corriere della Sera in cui denunziava l’Italia come il Paese dove ognuno fa quello che vuole ma – questa la mia critica – senza indicare la causa profonda di tale situazione che io individuavo nella sistematica demolizione dell’idea e del ruolo dello Stato. Ma Galli Della Loggia è un commentatore intelligente e il 22 luglio è tornato sull’argomento indicando, questa volta, la causa, che egli sintetizza nella formula “la politica senza potere”, ovvero “perché in Italia non esiste più il Potere”, ma poi esplicita che “da anni in questo Paese la politica e lo Stato sembrano esistere sempre meno per il bene e l’utile collettivi”. Non esiste più il Potere, dice Della Loggia, “cioè l’autorità di decidere che cosa fare, e di imporre che si faccia trovando gli strumenti per farlo: che poi si riassumono sostanzialmente in uno, lo Stato”. quindi: la crisi del Potere è anche crisi dello Stato. Esattamente quello che avevo sostenuto. Certo, un potere comunque esiste, ma “è condizionato, inceppato, frazionato”, dice Della Loggia. Ma poi devia su considerazioni sociologiche. Sostiene infatti che “la vera legittimazione del potere politico italiano non deriva dalle elezioni, dalle maggioranze parlamentari, o da altre analoghe istanze o procedure… l’autentica legittimazione del potere politico italiano si fonda su altro: sull’impegno a non considerare essenziale, e quindi a non esigere, il rispetto della legge”. Il voto, la legittimazione sono dati da coloro che vogliono “che il Paese sia lasciato in sostanza in una vasta condizione di a-legalità”. Insomma, conclude l’illustre commentatore, in Italia, “tra il potere del tutto teorico della politica, e il potere o meglio i poteri concreti e organizzati della società dall’altro, è sempre questo secondo potere a prevalere. Da tempo la politica ha capito e si è adeguata”. È evidente che questa diagnosi non è soddisfacente poiché è incompleta pur essendo esatta. Un corso di medicina non si esaurisce nella patologia. Solo alla fine Della Loggia riprende il filo del discorso e ammette che “il potere di legiferare… (è) il cuore del potere dello Stato e viceversa” per cui “una politica che rinuncia a… far valere comunque il principio di legalità, è una politica che rinuncia al proprio potere e allo stesso tempo mina lo Stato decretandone l’inutilità” e si avvia al proprio suicidio. Riassumendo: dapprima dice che la politica ha rinunciato alla legalità (potere di fare le leggi e di imporle) poiché le leggi che fa, in sostanza, sono quelle volute dai diversi gruppi organizzati; poi dice che, così facendo, la politica corre al proprio suicidio perché rende inutile uno Stato (che occupa formalmente) che legifera invano. Ciò che manca è la chiara ammissione che è stato un errore strategico demolire e demonizzare lo Stato (altra cosa sono le politiche errate compiute dai partiti al potere) e che non funziona il dogma della globalizzazione “meno Stato, più Mercato”. Infatti, se il punto di riferimento è il Mercato, ogni soggetto (economico ma anche territoriale) – specie se organizzato a livello nazionale o transnazionale – ha il diritto di ottenere le leggi che più sono favorevoli ai suoi interessi, senza riguardi per l’interesse generale e il bene comune. Supponendo che Della Loggia voglia salvaguardare il liberalismo, questo non è incompatibile con lo Stato e il suo ruolo. Anzi. Demolendo lo Stato, si demolisce anche il principio liberale di un certo equilibrio dei poteri per lasciare il posto alla forza, alle prepotenze dei più forti. Come globalizzazione insegna e come accade quando lo Stato, che è il primo referente del bene comune, si priva dei poteri perché questi non spariscono nel nulla ma vengono gestiti da altri e nel loro interesse.

Alessandro Corneli

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