LA SCANDALOSA SOSPENSIONE DELL’ALTA CORTE IN SICILIA


Un prezioso consiglio per la campagna elettorale di Nello Musumeci: proponga di ripristinare il funzionamento dell’Alta Corte della Regione Siciliana.

 

LA SCANDALOSA SOSPENSIONE DELL’ALTA CORTE IN SICILIA

di Eugenio Guccione

 

Luigi Sturzo, oltre ai crucci della crescente immoralità, della dilagante corruzione, dell’incallita partitocrazia, del diffuso spreco del denaro pubblico, del persistente statalismo, della mancata riforma del Senato e del sistema elettorale, si portò certamente nella tomba anche il cruccio dell’«arbitrario scioglimento» dell’Alta Corte per la Regione siciliana. L’istituzione regionale – che aveva avuto un lontano precedente nel disegno di legge sull’Alta Corte di Giustizia presentato durante l’ultima legislatura costituzionale del Parlamento Siciliano (1814-1815) – ebbe, come si sa, un settennio di intensa e cospicua attività, dal 1948 al 1955, limitato al periodo di mancanza della Corte Costituzionale. Con l’entrata in funzione di questa, l’Alta Corte siciliana apparve a molti, ma non a Sturzo, come un doppione. E, in seguito a un serrato dibattito, su ricorso del Governo Segni, fu sciolta dalla stessa Consulta con sentenza del 9 marzo 1957 n. 38 in base al principio della «giurisdizione costituzionale accentrata». Il compito dell’Alta Corte – contemplato dagli articoli 24–30 dello Statuto speciale della Regione Siciliana (approvato col regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455) -, era duplice: a) giudicare sulla costituzionalità delle leggi emanate dall’Assemblea regionale e delle leggi e dei regolamenti emanati dallo Stato rispetto all’ente regione; b) giudicare dei reati compiuti dal presidente e dagli assessori regionali nell’esercizio delle funzioni e messi sotto accusa dall’Assemblea regionale. Luigi Sturzo, che dell’Alta Corte era stato uno dei maggiori promotori e che, sin dall’inizio, ne era stato uno dei sei giudici, non accettò mai quel verdetto e sfruttò tutte le occasioni che gli si presentarono per tornare sull’argomento e ribadire la validità di quella istituzione ai fini di un’effettiva autonomia regionale e, soprattutto, di un maggiore controllo sull’invadenza dello Stato. E, anche a pochi giorni dalla morte insistette che in una vera democrazia – e di essa il modello migliore rimaneva per lui sempre quello degli Stati Uniti d’America – lo Stato ha sempre meno potere e le regioni sempre di più, tanto che egli avrebbe visto bene un’Alta Corte anche per le altre regioni italiane, per le quali, come se fossero forme di “stati regionali”, aveva auspicato la federalizzazione sin dal 1901, ossia 47 anni prima del loro ufficiale riconoscimento dalla Costituzione della Repubblica Italiana. Sturzo, pur avendo ostentato, secondo le circostanze, qualche cenno di fedeltà allo Stato unitario, – che, in quanto tale, avrebbe potuto essere anche federale – non lasciava dubbi sul suo spiccato senso federalista, alimentato dall’apprezzamento della tradizione filosoficopolitica d’ispirazione cattolica, da una profonda educazione al cooperativismo e dalle speranze per la costituenda Unione degli Stati d’Europa. Siffatta tendenza federalista, tipicamente siciliana e, più o meno presente nelle altre regioni, è stata sempre avvertita e frenata dal potere centrale che, magari eccessivamente preoccupato, avrebbe finito spesso per esagerare nel ricorrere alle contromisure. Una denuncia in tal senso fu fatta da Sturzo che, commemorando il tredicesimo anniversario dell’autonomia siciliana, rilevava come lo Statuto speciale «è sembrato a una certa classe di orecchianti l’indice di una personalità isolana troppo marcata e […] antagonista». Tra gli «orecchianti» lo statista calatino poneva la «burocrazia romana», cioè la burocrazia ministeriale, e lamentava «l’abuso del ricorso governativo alla Corte Costituzionale la quale, con l’abolizione di fatto dell’Alta Corte siciliana, senza legge costituzionale legittimamente approvata, si è attribuita competenze non previste dalla propria legge istitutiva». Da qui derivavano «certi ritardi incomprensibili riguardo l’attuazione dello Statuto» tali da determinare tra Roma e Palermo un crescente «dualismo inconcepibile per uno Stato di diritto quale è e deve essere la Repubblica italiana» (L. Sturzo, Tredici anni di autonomia siciliana, in «Il Giornale d’Italia», 14 maggio 1959). Esistevano per Sturzo motivazioni di carattere psicologico e storico a sostegno dell’opportunità di mantenere in Sicilia l’Alta Corte. Furono da lui esplicitate, con il piglio del politologo di razza, nel corso dell’arroventato dibattito tra giuristi e tra politici sullo scioglimento o meno dell’istituzione regionale, già al sesto mese di intenso lavoro e con un bilancio più che soddisfacente. «Qualcuno si è domandato – egli, fra l’altro, scriveva – come mai la consulta siciliana abbia avuto l’idea di una corte costituzionale esclusivamente per la Sicilia. La ragione è una sola: il siciliano è diffidente per istinto e per esperienza; in politica non ha mai dato credito alle promesse dei governi centrali, fossero stati un tempo quelli di Napoli o di Madrid e sotto il periodo unitario, quelli di Torino, Firenze e Roma. L’ultima fase, la fascista, colmò la misura. Anche la Roma antifascista portava il peso del passato.

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Ecco la vera origine dell’idea di un’alta corte, a tipo paritetico esclusivamente per la Sicilia» (L. Sturzo, La Regione nella Nazione [1949], Zanichelli, Bologna, 1974, p. 62). Sturzo era persuaso che con il funzionamento della Corte Costituzionale non sarebbero affatto diminuite le diffidenze isolane verso la legislazione statale. E ciò proprio per uno «stato d’animo» che egli definiva «storico». Anzi – egli proseguiva – la nuova istituzione «accresce» tali diffidenze «per la canea giornalistica e politica che si è scatenata contro la Sicilia […], per la stessa fretta che si dimostra nel volere abolire l’alta corte, per tutto l’armeggio di uomini e di partiti che dimostrano come labili siano le memorie di un passato assai vicino, quello del separatismo, e come vivace sia la reazione contro la Sicilia che in sostanza non domanda che il rispetto della sua autonomia promessa e concessa in giorni assai fortunosi per l’isola e per la patria» (Ibidem). Alla posizione di Sturzo diede vivace e favorevole risonanza il giurista Giuseppe Alessi, che, primo presidente della Regione Siciliana, avrebbe voluto porre le fondamenta autonomistiche della Regione siciliana interpretando e realizzando lo spirito federalista dello Statuto speciale. Egli fu la voce più competente e più autorevole tra i giuristi che sostennero la tesi, tuttora suffragata da molti, secondo la quale lo scioglimento dell’Alta Corte ha tutte le caratteristiche legali di una «sospensione» e non di una «soppressione». Per lui, l’Alta Corte «non fu mai abrogata. È sepolta, sepolta viva». E ne adduce, in consonanza con Sturzo, il motivo giuridico: «perché nel fagocitarla non hanno adoperato lo strumento voluto dalla Costituzione, cioè, una legge costituzionale». Alessi, che, per il suo rango, aveva partecipato al Consiglio dei ministri con all’ordine del giorno il problema dell’istituzione siciliana, si dimise «per protesta» da Presidente della Regione. Durante la sua lunga esistenza non si stancò mai di manifestare il rammarico per la vicenda dell’Alta Corte, spiegando la sostanziale differenza tra questa e la Corte Costituzionale. Egli, già novantenne, durante un’intervista concessa a «Cronache Parlamentari» del gennaio 1996, così ricorda il triste episodio: «Protestai vivissimamente facendo inserire il mio sdegno nel verbale del Consiglio e, uscito di lì, alla stampa parlamentare che si assiepava nell’anticamera dichiarai le mie irrevocabili dimissioni in segno di protesta verso il Governo nazionale». Giuseppe Alessi, ultimo dei popolari, morirà nel 2009, a 103 anni. E si porterà nella tomba, così come Luigi Sturzo, il cruccio della «sospensione» dell’Alta Corte.

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