IL VOTO TEDESCO: INUTILE E ALLARMANTE


IL VOTO TEDESCO: INUTILE E ALLARMANTE

 

di Alessandro Corneli

 

voto tedescoTutto scontato: il voto ha sostanzialmente confermato i sondaggi. Angela Merkel, con la CDU/CSU, ha vinto ma si è fermata al 33%, perdendo ben 8,5 punti percentuali. Eppure, negli ultimi due quinquenni, ha governato bene la Germania durante la peggiore crisi economico-finanziaria dell’ultimo secolo, ne ha accresciuto il peso relativo in Europa, ha mantenuto bassa la disoccupazione e l’export va forte. Un certo grado di malessere, al di là delle punte polemiche tipiche di ogni campagna elettorale, c’è sicuramente. Il calo del partito della Cancelliera ha una spiegazione numerica precisa: almeno 6 punti sono “tornati” ai liberali poiché l’FDP è passato dal 4,8% al 10,7% per cui solo 2,5 punti sono verosimilmente scivolati all’estrema destra dove la AFD è entrata al Bundestag con il 12,6%, registrando un aumento del 7,9%, e questo significa che ha preso 5 punti quasi interamente ai socialdemocratici poiché la SPD, ottenendo il 20,5%, ha perso il 5,2%. Stazionaria l’estrema sinistra della Linke (al 9,2% con un incremento dello 0,6%) e i Verdi (all’8,9% con un aumento dello 0,5%). Riassumendo: il calo del partito della Merkel ha beneficiato i liberali, quindi il centro: insieme sono a quasi al 44% dei voti che non basta per la maggioranza, ma questa area centrista ha perso quasi il 10% rispetto a cinque anni fa quando la CDU, da sola, aveva ottenuto il 34,1%, la CDU il 7,4% e i liberali (pur non entrando al Bundestag) il 4,8%. Questa flessione complessiva del centro e andata ad ingrossare in parte l’estrema destra e molto meno l’estrema sinistra e di verdi cosicché l’estrema destra ha presso la maggior parte dei voti dalla SPD, cioè dai socialdemocratici delusi che non hanno un vero leader e soprattutto scarseggiano di idee. Considerati i dati in altro modo si constata che i due partiti maggiori (CDU/CSU + SPD), che cinque anni fa avevano messo insieme il 71,2% dei voti, sono scesi complessivamente al 53,5%: una perdita secca di quasi 18 punti (17,7 per la precisione) che dimostra che l’attrazione dei grandi partiti è fortemente diminuita e il sostanziale bipartitismo germanico è ormai un ricordo, nonostante sia sempre in vigore la stessa legge elettorale. Ciò dimostra che non è la legge elettorale a determinare il successo o l’insuccesso ai partiti, a parte la tagliola dello sbarramento al 5%, ma la stabilità e l’instabilità dell’elettorato dipendono da cause più profonde: politiche, economiche e culturali.

Per quanto riguarda la Germania, cause politiche traumatiche, atte a spiegare questi spostamenti elettorali, non ce ne sono (tipo: Tangentopoli); cause economiche nemmeno considerato lo stato più che soddisfacente dell’economia. Restano le cause culturali (o spirituali), ben più difficili da diagnosticare. Ma che sembra siano state sostituite da correnti emozionali che distraggono (e deviano) un’opinione pubblica sempre meno in grado di distinguere ciò che è importante da ciò che è superficiale, ciò che è emotivo da ciò che è razionale. Anzi: ciò che è emotivo diventa importante mentre ciò che è importante si trasforma in una emozione. Con diverse sfumature, questa tendenza sta prevalendo in Occidente, nelle democrazie più mature: dal Regno Unito (referendum Brexit e quasi sconfitta della May) agli Stati Uniti (rigetto di Hillary Clinton e vittoria di Donald Trump), dalla Francia (vittoria a valanga della “new entry” Emmanuel Macron già fortemente contestato e impopolare) alla Germania, dall’Italia (casi, diversamente populisti, di Renzi e di Grillo) alla Spagna (caso Catalogna). Si potrebbero spingere queste riflessioni fino ad argomentare che la politica sia diventata superflua per cui non servono più né grandi leader né grandi idee né un approccio sistematico e profondo per l’analisi della realtà. Di sicuro il fenomeno è preoccupante. In Olanda, dove da oltre sei mesi non c’è un governo, l’economia va a gonfie vele. C’è molto su cui riflettere.

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