ELEZIONI TEDESCHE: PERDE MACRON


L’articolo magistrale del prof. Corneli spiega tutto delle elezioni tedesche. Aggiungerei solo qualche riflessione ulteriore: Non è l’estrema destra la novità vera di queste elezioni tedesche. Poiché CDU, CSU e SPD passano dall’80% al 50%. I “liberali” di Lidner saranno determinanti per un ulteriore governo Merkel. Ma Lidner vuole la Grecia fuori dall’Euro, accettare la Crimea annessa a Mosca, una Brexit “dolcissima” in sintonia con gli eurocrati “profondi”, ma soprattutto non ritiene di finanziare il debito degli altri Paesi UE. Tutto ciò mette in crisi una Francia che deve fare i “compiti a casa”. La prospettiva cara a Macron di una Francia resa degna dell’insediamento ufficiale in una diarchia con la Germania dalla annunciata stagione di “riforme” strutturali interne perde molto vigore, se non senso. Se la Germania non si renderà più disponibile a finanziare con il suo immenso surplus commerciale parte del colossale debito pubblico di molti Paesi EU (Francia compresa), non sarà facile per Macron far digerire ai francesi una stagione di lacrime e sangue. Vero è che la Germania va a gonfie vele. Ma i tedeschi un po’ meno. I minijob a 450 euro/mese, senza previdenza, la riduzione dei sussidi di disoccupazione, l’accentuata disparità reddituale uomo-donna, 5,4 milioni di persone che non avranno pensione, il 18% di pensionati in povertà: questa è una realtà sociale tedesca un po’ nascosta, ma che ha determinato la crisi elettorale del “sistema Merkel”. Ma è altrettanto vero che il successo commerciale tedesco non risiede unicamente in un impoverimento pur consistente del valore del fattore lavoro. Risiede soprattutto in un sistema industriale vivacissimo, molto dedicato a innovare e fabbricare macchine e sistemi per produrre, oltre che prodotti finiti. Ciò fa della Germania un serbatoio importante di risorse produttive per i Paesi emergenti baciati dalla globalizzazione. La delocalizzazione in Polonia e Repubblica Ceka di molte produzioni di pregio ha difeso il sistema tedesco dalle forche caudine del cambio euro-dollaro. Ma è riuscita, dopo la crisi del 2008, a licenziare poco o nulla in patria, mentre i francesi hanno perso 300.000 posti di lavoro.

La Germania ha goduto più degli altri dei tassi bassi della BCE. Ha saputo graduare l’applicazione liberista della riforma del lavoro Schroeder-Hartz. Ha ricavato un vantaggio immediato dalla crisi demografica (1,5 figli per donna; la Francia si attesta a 2 figli per donna): minore spesa pubblica nell’immediato. In futuro si vedrà. Anche queste considerazioni concorrono a complicare il cammino di “redenzione” della Francia: forse non basteranno le lacrime e il sangue promesse. Il sistema produttivo francese è strutturalmente assai diverso e meno rassicurante di quello tedesco. Anche se oggi si annuncia la nascita del secondo gruppo mondiale francotedesco (Siemens-Alstom), dopo quello cinese, per la produzione di materiali e servizi ferroviari (prove generali di grandi imprese federali europee, assieme all’accordo Fincantieri-Stx). I sacrifici dei lavoratori e delle famiglie potrebbero non sortire gli effetti promessi da Macron (e promessi da Macron alla Merkel) per meritare una delle due sedie della diarchia EU. Per ora, però, il progetto politico franco-tedesco resterà vivo, nonostante tutto. L’EU non vede altro nel suo orizzonte di breve e medio termine. Per il lungo periodo le questioni politiche potrebbero essere di minor intralcio alla tenuta economico- finanziaria EU mediante la realizzazione di un macro-regionalismo basato su linee di efficienza economica e produttiva.

 

Giampiero Cardillo

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