L’OFFICINA ELETTRICA DIVENTA REALTÀ


Pubblichiamo l’ultimo capitolo dell’interessante libro di Francesco Failla “I lampioni di Caltagirone – Don Luigi Sturzo e la luce elettrica in Sicilia” (Ed. EDB Lampi), che racconta la storia della elettrificazione di Caltagirone realizzata dal geniale sacerdote nei primi anni della sua sindacatura. Nella seconda di copertina l’Autore – direttore della Biblioteca diocesana Pio XI di Caltagirone e vice presidente nazionale dell’Associazione dei Bibliotecari Ecclesiastici Italiani – sintetizza così il “nocciolo” del libro: “La costruzione di edifici e scuole, la sistemazione delle strade pubbliche, della rete idrica e fognaria, la lotta all’analfabetismo sono alcune delle realizzazioni urbanistiche e sociali che avvengono a Caltagirone negli anni in cui don Luigi Sturzo è prosindaco. Ma un’idea all’avanguardia testimonia più di altre il suo ardire politico e il suo desiderio di sperimentazione: portare la luce elettrica nella cittadina siciliana migliorando la qualità della vita, la sicurezza nelle ore notturne e la produttività. (…) Nel luogo in cui sorgeva un monastero di clarisse, in pieno centro cittadino, realizza le Officine Elettriche; la gestione viene concessa in appalto, trasformando i costi in investimenti, e le tariffe sono accessibili a tutti. È un avanzato modello di efficienza amministrativa nella Sicilia del primo ‘900”. E nell’ultima di copertina del bel libro di Francesco Failla è riportata la seguente verità/convinzione di don Sturzo che purtroppo è ancora di drammatica attualità: “IL DILETTANTISMO, IL SUPERFICIALISMO, L’EMPIRISMO CI AMMAZZANO. LA FONTE PRINCIPALE DI VITA PER GLI UOMINI SONO LE IDEE. SE LE IDEE MANCANO, I FATTI VENGONO MENO”.

cover lampioni caltagirone

 

L’OFFICINA ELETTRICA DIVENTA REALTÀ

di Francesco Failla

 

Più volte, nella sua vita, Sturzo ebbe modo di sottolineare che egli era “innanzitutto sacerdote”, a fronte dei tanti riconoscimenti per la sua opera di statista, economista, organizzatore e ispiratore politico; il suo essere sacerdote non rappresentò mai un limite, ma la garanzia per avversari e alleati di un’indiscussa laicità di governo. Nel 1948, rientrato in Italia dal lungo esilio, all’età di 77 anni scrisse in un articolo su Il Popolo: “Se oggi potessi a mio grado scegliere un posto di lavoro, tornerei a fare il consigliere comunale e, occorrendo, anche il sindaco di Caltagirone. Uno dei motivi sarebbe quello di tornare a essere il più vicino possibile alla realtà vissuta, alla concretezza dei fatti, al contatto immediato con la popolazione minuta, con l’individuo uomo. Il Comune è un ente concreto, più che non lo sia una provincia, una regione, lo Stato. Fra il popolo che vive e l’autorità che l’amministra non vi è alcun diaframma, sia questo il Parlamento o la burocrazia, sia lo Stato, il governo, il ministero. Dai villaggi e dalle città parte la vita di una nazione: i grandi politici e i grandi amministratori fecero le loro prime armi nei consigli comunali e negli assessorati dei villaggi”. Il 31 luglio 1909 Caltagirone assiste alla solenne inaugurazione dell’Officina Elettrica: “Vi è oggi in noi qualche cosa di grande, di sublime, che sta al di sopra di tutti i partiti, di tutte le idee opposte, che ci stringe e ci lega in un solo ideale: l’amore e il bene del nostro paese, il cui glorioso passato ha diritto al più glorioso avvenire” dice Sturzo nel suo discorso inaugurale.
Un ventennio di speranze, di progetti, di discussioni, di disillusioni svaniscono come ombre fugate dai nuovi raggi; e bella, “di linee purissime torreggia nel centro di Caltagirone l’Officina”, indice di tempi nuovi e di rinverdite speranze nell’avvenire. E un popolo che pensa all’avvenire è un popolo che risorge. Nell’azione amministrativa di Sturzo emerge l’esigenza di dare concretezza alle idee attraverso il superamento degli interessi personali e al ripensamento di un’economia fondata su modelli etici e relazionali. Il superamento dell’interesse personale non consiste nella negazione dello stesso, ma nella coincidenza con un vantaggio più grande, un guadagno sovra personale e interpersonale; l’attuazione dell’interesse personale deve coincidere con quello comunitario, diventando un interesse per il bene comune. Anche il concetto sturziano di “cristiano” declinato alla democrazia non è espressione di confessionalità, ma principio morale fondante: “L’aggettivo cristiano non indica l’idea di uno stato confessionale, né di un regime teocratico. Indica invece un principio di moralità, la morale cristiana applicata alla vita pubblica di un Paese”. Oggi l’opera di Sturzo e il suo “esempio luminoso”, come disse Benedetto XVI durante l’udienza generale del 30 settembre 2009, possono intimorire per vastità, portata di pensiero e ideali. La sua “luce” proveniva dai valori cristiani. “Si può essere di diverso partito, di diverso sentire, anche sostenere le proprie tesi sul terreno politico ed economico, e pure amarsi cristianamente. Perché l’amore è innanzitutto giustizia ed equità, è anche eguaglianza, è anche libertà, è rispetto degli altrui diritti, è esercizio del proprio dovere, è tolleranza, è sacrificio. Tutto ciò è la sintesi della vita sociale, è la forza morale della propria abnegazione, è l’affermarsi dell’interesse generale sugli interessi particolari”. Sturzo considerò l’agire politico come ricerca e attuazione del bene comune, sentì il dovere di offrire una lezione di responsabilità umana e cristiana. Una lezione attuale e attuabile, in grado ancora oggi di illuminare le zone buie e le notti della politica, non solo a Caltagirone, non solo in Sicilia.

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