È UNA QUESTIONE DI VELOCITÀ (LA CATALOGNA E L’EUROPA SILENTE)


È UNA QUESTIONE DI VELOCITÀ (LA CATALOGNA E L’EUROPA SILENTE)

di Giampiero Cardillo

Rileggendo Monnet ci ricordiamo quanto è difficile adeguare i meccanismi di coordinazione e di cooperazione alla velocità che la storia del momento vuole imporre alle decisioni da prendere. “La storia (nel 1940) procedeva alla velocità dei carri armati (tedeschi)”, mentre mancava fra gli Alleati la decisione “audace, capace di colpire le immaginazioni e di capovolgere gli ostacoli materiali e psicologici che ritardavano l’unità di azione degli Alleati”. Così sentenziava Monnet all’inizio dell’ultima guerra mondiale, di fronte al disastro degli eserciti che si volevano “alleati”, certo, ma risultavano del tutto scoordinati. Il disastro che ne venne fuori ebbe una soluzione condivisa di alto livello ad Algeri, nel 1943, quando vide la luce la necessità di mantenere ed esaltare il coordinamento anche nel futuro post-bellico, gettando le basi dell’Unione Europea, che si consolidò a Roma all’inizio del decennio successivo. C’era allora, come c’è anche oggi, bisogno di una unione più “intima” per una Europa che voglia essere libera e prospera anche nel futuro. Se l’EU non adegua anche oggi la sua velocità decisionale, non innova audacemente la propria capacità di coordinare l’azione per travolgere ostacoli e fughe dalla realtà, due milioni di Catalani (su cinque) sbricioleranno la Spagna e forse altri Paesi e con essa molto delle speranze europee. I Catalani sono guidati da un rigurgito della sua peggiore storia, la Guerra di Spagna. Un rigurgito che oggi viene malissimo contrastato da un demenziale ricorso del governo centrale alla ormai logora trincea “costituzionale”, burocraticamente scavata e difesa dagli “apparati” di uno Stato debole e assai delegittimato durante gli ultimi quindici anni, con una accelerazione negativa negli ultimi cinque. Una situazione che la accomuna a molti altri Paesi EU, tra cui l’Italia.

Altri Paesi come la Spagna sono oggi in grado di esprimere atti di sovranità criminale nell’ordine del diritto, contro il quale latita l’azione politica spagnola e, soprattutto EU. La Spagna, per prima, avrebbe dovuto legalizzare lo scassato, illegale, provocatorio referendum senza garanzie di verità catalano, anche allargandolo all’intero Paese e porlo sotto la lente del controllo internazionale. Avrebbe agito contro la propria Costituzione, certo, ma a difesa della sussistenza di una Nazione. Una audace decisione del genere avrebbe annichilito “politicamente”, davanti a tutto il mondo, le pretese secessioniste catalane. L’Europa avrebbe dovuto proteggere o addirittura imporre tale soluzione drastica alla Spagna, ai Catalani e a chiunque, in Spagna (i Baschi) e in Europa (Belgio e Scozia, Italia, Germania), abbia voglia di perdere contatto con la storia e con il proprio bene. È vero che più Europa significa meno Stati Nazionali, ma non certo l’abolizione della loro unità a favore della nascita di altri micro-stati tanto indipendenti, quanto insignificanti. È vero che più Europa significa anche “regionalizzare” le aree suscettibili di maggiore e più rapido sviluppo (l’EU a due velocità). Ma ciò non significa che la regionalizzazione interstatale, determinata da moti secessionisti lungo faglie antiche e senza senso pratico della Storia, possa consentire all’EU la medesima velocità trainante delle sue migliori componenti. La crisi politica e sociale che colpisce la Spagna la esclude già dal far parte della prima schiera EU, come lo sarebbe la Catalogna indipendente o qualsiasi altro cascame dell’unità statale che è in lista per frantumarsi. L’EU deve sanzionare il comportamento suicida dei catalani, ma anche la reazione debole e scomposta del governo spagnolo, imponendo un regolare ricorso al voto popolare dell’intera Spagna, circa la propria unità e per interrogarsi riguardo alle ormai inevitabili accelerazioni delle politiche integrative comunitarie (difesa, banche, fisco, investimenti, grandi imprese federali europee).

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