GESÙ NON È UN UTOPISTA, GLI UTOPISTI SONO I “PRINCIPI” E I “BENEFATTORI”


GESÙ NON È UN UTOPISTA, GLI UTOPISTI SONO I “PRINCIPI” E I “BENEFATTORI”

 

di Giovanni Palladino

 

veri benefattori“Non prìncipi ma servitori”. Era questo il titolo su 4 colonne che campeggiava sulla prima pagina de L’Osservatore Romano del 1° luglio. Si riferiva al discorso fatto da Papa Francesco in occasione della nomina di 5 nuovi cardinali, ai quali ricordò:

“Gesù non vi ha chiamati a diventare prìncipi della Chiesa, ma a servire come Lui e con Lui. A servire il Padre e i fratelli”.

È utopistico un simile impegno per la difficoltà di porsi davvero al servizio del Padre e dei fratelli? No, semmai è un’utopia ritenere che si possa servire bene atteggiandosi a prìncipi. Per il mondo politico lo stesso concetto è contenuto nel Vangelo di Luca, quando nell’ultima cena Gesù dice agli apostoli:

“I re delle nazioni le governano e si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così: chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa sia come colui che serve”.

È utopistico un simile impegno per chi è chiamato a governare? No, se lo fosse, dovremmo pensare che Gesù è un’utopista. Ma se lo ha detto agli apostoli, vuol dire che è possibile, a condizione di rispettare e non violare certi valori e principi. È invece utopistico che possano governare bene i cosiddetti “benefattori”. Infatti, la diffusa povertà e la persistente ingiustizia sociale, nonostante le tante rivoluzioni avvenute nel passato, sono la naturale conseguenza delle azioni e delle omissioni compiute dai “benefattori”, che in realtà hanno governato da malfattori. Anziché servire si sono serviti del loro potere e dei loro privilegi. Invece di essere utili nel governare sono stati inutili o, peggio, dannosi per tutti, tranne che per la loro corte o clientela. Il cristianesimo (l’unica vera rivoluzione) ha ormai ben 20 secoli di vita ed è triste constatare che nel gestire la res publica i “benefattori” indicati da Gesù hanno di gran lunga prevalso sui buoni servitori, gestendo in effetti una res privata. Di qui la principale causa della diffusa povertà e della scandalosa ingiustizia sociale che i libri di storia, sino alla cronaca odierna, ci dicono chiaramente. Purtroppo è doloroso ammettere che il Vangelo (da sempre) e la dottrina sociale della Chiesa (dalla fine del Novecento) non hanno fatto buona scuola nel mondo politico. Ma il difetto non sta nelle verità evangeliche, bensì in chi non ha saputo leggerle, studiarle, capirle, proporle e attuarle. La proposta è anche compito dell’Autorità morale, mentre l’attuazione è compito esclusivo dell’Autorità politica. Entrambe, sino ad oggi, sono state deboli (e spesso colpevoli) nel contatto con la realtà.

Ma all’inizio del secolo scorso ci fu un’eccezione. Luigi Sturzo aveva solo 20 anni, quando nel 1891 Leone XIII promulgò la Rerum novarum. Egli la lesse, la studiò, la capì, la propose e la attuò con successo. Era convinto di possedere la medicina giusta per gestire bene la res publica di Caltagirone e la cura funzionò, tanto che questa positiva esperienza lo proiettò a livello nazionale (fondazione del PPI nel 1919) e internazionale (incontro con Adenauer nel 1921, grazie alla cui stretta amicizia e forte intesa culturale si giunse nei decenni successivi alla costituzione dell’Unione Europea e alla creazione del PPE). Con il suo popolarismo, Sturzo dimostrò di non essere affatto un utopista. Utopisti furono gli altri che lo avversarono e poi fallirono, non solo i fascisti e i socialcomunisti, ma anche i democristiani e i post-democristiani finiti a sinistra e a destra. Sturzo aveva capito che poteva essere vincente solo un sistema politico ed economico fondato sulla libertà responsabile, in quanto ispirata cristianamente. Un sistema che pone la ragione morale come regolatrice (e non succube) della ragione politica e della ragione economica. La lunga storia dell’umanità ci ha dimostrato questa verità: qualsiasi sistema politico ed economico, che calpesti la ragione morale, è privo di razionalità e, prima o poi, è destinato a crollare. Di qui la grande importanza che l’Autorità morale “urli” sempre il “non licet” ogni volta che l’Autorità politica calpesti la ragione morale. Purtroppo gli “urli” sono stati rari. Quindi sappiamo che la buona medicina esiste e non è un’utopia utilizzarla. Ma finché i cattolici impegnati in politica saranno divisi tra “medici democratici” e “medici liberali”, la malattia persisterà e la cura resterà un’utopia. Solo con la fine della diaspora la presenza dei cattolici in Parlamento potrà di nuovo essere significativa, ma questa volta nel pieno rispetto di quei valori e principi che Leone XIII riassunse con l’invito ai cattolici di impegnarsi in politica dotati della “forza meravigliosa del cristianesimo”. Una forza che Sturzo trasfuse nel suo popolarismo e che Adenauer utilizzò per far rinascere la Germania con l’economia sociale di mercato, dimostrando che il buon governo esige buona cultura. Chi la possiede, per definizione non può essere un incompetente o un corrotto. È quindi evidente che non basta urlare “onestà, onestà”, se poi non si è dotati di buona cultura. Ma chi si rende responsabile, nello sfruttare il clima di protesta, di mandare al potere una classe politica di incompetenti, è pur sempre un disonesto. Un motivo in più per mettere presto fine alla diaspora tra i cattolici impegnati in politica per dare all’Italia una classe dirigente capace di cancellare il populismo con il popolarismo. E passare così da una sterile protesta a una politica capace di sfruttare il grande potenziale di sviluppo, che certamente si manifesterebbe per la nostra economia, se alla guida del Paese arrivassero i veri “benefattori”, non prìncipi ma servitori.

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