UNA NUOVA BOLLA IN BALIA DI VENTI DI GUERRA E ALTRI DISASTRI… MA, FORSE, POTREBBERO DIVENTARE BUONE NOTIZIE


UNA NUOVA BOLLA IN BALIA DI VENTI DI GUERRA E ALTRI DISASTRI…

MA, FORSE, POTREBBERO DIVENTARE BUONE NOTIZIE

di Giampiero Cardillo

 

La settimana scorsa ho rilevato da fonti di stampa specializzata cinque importanti notizie tutte “preoccupanti o allarmanti”:

la Germania compra oro, dopo aver fatto rientrare a Francoforte, con tre anni di anticipo rispetto al programma iniziato nel 2013, metà delle riserve auree depositate all’estero (583 tonnellate da New York e Parigi); la Reuters sostiene da tempo che sia prossima, addirittura, la reintroduzione del marco tedesco, in seguito ad un fallimento del progetto euro; il Governo tedesco parla, invece, di rilancio della “fiducia” sul piano domestico; altri commentatori, per chi scrive assai autorevoli, collegano i più recenti diffusi acquisti ai “venti di guerra”, che aleggiano attorno e persino dentro l’EU;

i consumi americani (che sostengono il 18% del PIL mondiale) si mantengono incredibilmente alti, nonostante redditi e salari in diminuzione. Dai mutui, al credito al consumo, ai prestiti d’onore, la tenuta dei consumi poggia, però, su una montagna di debiti spaventosa (1220 MLD per le auto, 1400 per gli studi universitari, 1000 miliardi di credito al consumo…). Un piccolo scostamento in diminuzione dei consumi innescherebbe un altro putiferio finanziario globale;

la BCE conta di esaurire gradualmente nel 2018 il lungo periodo di “assistenza” all’economia EU con iniezioni immense di denaro a “tasso 0”, che si risolvono in acquisto del debito degli Stati, delle grandi imprese e delle banche. Accanto a questa notizia si apprende che il più grande fondo di investimenti del mondo, Bridewater Associats, scommette al ribasso sui nostri ultimi “gioielli”, (ENI per 300 milioni, Enel per 320 milioni, altri milioni su Banca Intesa, Unicredit e Generali) per un totale che sfiora 1,4 miliardi di dollari;

dopo il ben più grave “strappo” della Catalogna, che potrebbe innescare processi analoghi in altre parti di Europa, il nostro “Lombardo-Veneto”, mediante referendum e trattativa soft “a seguire”, potrebbe innescare anch’esso un pur minore processo disgregativo. Minore, perché legittimo, ma con effetti non di lieve entità, per l’immancabile revisione al ribasso del “metodo” sino ad oggi seguito per compensare parte della ricchezza nazionale sulla base dei “bisogni” regionali. Dato lo stato fallimentare delle nostre Istituzioni, gli effetti del pur legittimo processo costituzionale italiano cui abbiamo assistito, farà emergere nei prossimi mesi la crisi della mancata “convergenza regionale italiana”. “Convergenza” che, in verità, ha finora mostrato tutta la sua inefficacia, collegandosi all’infausta tradizione post-bellica (Cassa per il Mezzogiorno) o, addirittura, a quella che inizia dopo il terremoto di Messina;

Macron intende presentare liste di En Marche, il suo neo-partito, in almeno sei Paesi EU per le prossime elezioni EU, al fine di ottenere la possibilità di formare un gruppo parlamentare autonomo (gli occorrono 26 seggi); l’Italia sembra essere fra i candidati più accreditati ad ospitare le sue liste europeizzate;

L’accordo recente Fincantieri-STX, si qualifica come buon esempio di realizzazione di una Grande Impresa Federale Europea dopo l’Euratom. Trattasi di notizie apparentemente slegate fra loro. Anzi, in alcuni casi, divergenti per direzione, anche quando appaiono simili per contenuto. Un filo logico-storico che le lega, guardando il futuro, potrebbe essere la seguente parafrasi: “nulla salus extra EU”. Infatti, contro la disgregazione degli Stati che sopportano Istituzioni inefficienti e inefficaci, quando non delinquenziali, l’unica speranza è la surroga EU. Contro il nanismo, specialmente italiano, del mondo produttivo e della ricerca, l’unica via di salvezza è federare ciò che è oggi dimensionalmente, finanziariamente e organizzativamente inadatto alla velocità e alla dimensione operativa del mondo politico, istituzionale, produttivo, commerciale e finanziario moderno. Anzi, ricordando ancora una volta Jean Monnet, proprio dalle più gravi crisi conclamate si evidenzia non solo la necessità, ma anche la modalità operativa più praticabile per coagulare “più Europa”. Una Europa tanto più forte, efficiente ed efficace, da essere in grado di offrire ai suoi cittadini tutto ciò che serve per restare grande protagonista del futuro politico, istituzionale, produttivo, commerciale, militare, culturale e innovativo mondiale.

Le notizie sopra riassunte, oggi potrebbero apparire anche in contraddizione con l’obiettivo del motto monnetiano: “più Unione dove e quando si può”. Queste stesse notizie, invece, potrebbero essere ritenute, in qualche modo, il motore della necessaria selezione dei capofila in grado di trainare il carro europeo verso il maggior sviluppo possibile. Quello sviluppo incrementale che crea quel differenziale di ricchezza che sarebbe in grado di tracimare nei contenitori (spesso senza fondo) di quelle regioni d’Europa, rintracciabili in ciascun Stato membro, che della loro arretratezza hanno fatto, un insostenibile punto di forza per incrementare la loro debolezza istituzionale, ormai da troppo tempo. L’Europa può, dunque, fare decisivi passi avanti solo in presenza di gravi crisi. C’è dunque, paradossalmente, modo di nutrire molta speranza in questi anni, vista l’abbondanza di crisi anche gravissime che permeano i nostri giorni di cittadini europei e che incombono minacciosamente sul nostro prossimo futuro.

Se in EU, in qualsiasi suo punto di eccellenza Istituzionale, si coagulassero una serie di forze politiche, finanziarie e industriali, innovative e capaci, i cittadini europei potrebbero trovare ristoro alla loro storica sete di efficienza Istituzionale che parossisticamente avverte quando tante “cattive notizie” appaiono sullo scenario informativo. Come un veleno in omeopatia scatena la reazione risanatrice nel corpo umano, così la previsione di un subitaneo tracollo generale, che la qualità e la quantità di notizie preoccupanti annunciano, potrebbe vincere gli incastri inestricabili delle politiche nazionali di brevissimo periodo. Politiche che generano Istituzioni e scelte industriali e finanziarie fallimentari per costruzione, che solo un livello più “alto” di operatività potrebbe rigenerare.

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