Corneli: ombre e luci del voto in Sicilia


 

OMBRE E LUCI DEL VOTO IN SICILIA

 

di Alessandro Corneli

 

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Quando a votare si recava il 90% degli elettori, il confronto tra un’elezione e l’altra aveva un significato chiaro; adesso che a votare si reca meno della metà degli elettori, il confronto diventa più difficile a meno che non si ipotizzi che, a distanza di cinque anni, il grosso dei cittadini che si reca alle urne sia sostanzialmente lo stesso, al di là del normale ricambio demografico. Altrimenti si dovrebbe ipotizzare un forte turn over tra una consultazione e l’altra. Quindi, per commentare i risultati del voto delle regionali siciliane del 5 novembre, bisogna ipotizzare che a votare siano stati grosso modo gli stessi cittadini di cinque anni fa. A complicare le cose c’è il voto disgiunto: per il presidente e per i partiti delle coalizioni che sostengono un candidato alla presidenza. Alcuni elettori manifestano il proprio apprezzamento per il candidato alla presidenza della Regione in modo diverso, in più o in meno, rispetto ai partiti che lo appoggiano. Per cui, da un lato, quindi, bisogna dare un giudizio sui candidati e, dall’altro lato, sui partiti. Cosa che non si potrà fare con le prossime elezioni politiche nazionali poiché la nuova legge, appena approvata, non consente il voto disgiunto. Il 28 ottobre 2012, alle precedenti regionali, l’affluenza alle urne fu del 47,41%; il 5 novembre scorso, è stata del 46,75% con un calo, quindi, dello 0,65%. C’è stata, quindi, una sostanziale stabilità a livello di partecipazione percentuale al voto (o, se si preferisce, d’astensione dalle urne) e questo apre a due possibili scenari:

 il primo è che la massa dei cittadini che andò a votare cinque anni fa è sostanzialmente la stessa che è tornata alle urne;

il secondo è che ci sia stata una specie di staffetta: una parte dei votanti di cinque anni fa è rimasta a casa ma è stata sostituita da un numero equivalente di nuovi elettori.

Ovviamente ciò che interessa è capire se e in quale misura ci sia stato uno spostamento di voti di significato politico, che non sarebbe lo stesso in funzione del primo e del secondo scenario.

Nella tabella che segue si riportano i voti assoluti e le percentuali dei principali candidati alle elezioni del 2012 e del 2017:

 

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Gli scostamenti più importanti tra il voto dato al candidato e il voto dato alle liste collegate risultano quelli del M5S. Nel 2012, infatti, Cancelleri ottenne 368.006 voti personali pari al 18,17% ma il partito ottenne 285.202 voti pari al 14,88%. Nel 2017, lo stesso Cancelleri ha quasi raddoppiato i voti personali, passando a 722.555 pari al 34,7%, ma il partito ha ottenuto 513.359 voti pari al 26,7% che, comunque, lo hanno portato ad essere il primo partito siciliano e, insieme, nazionale. Se i dirigenti del M5S non hanno nascosto la delusione per la mancata conquista della presidenza della Regione, i loro avversari esagerano nel sottolineare la “sconfitta” e, dalla disputa, trae qualche vantaggio il PD che può nascondere il suo forte arretramento. A ciò si aggiunga il risultato del primo turno delle elezioni del municipio di Ostia dove la pentastellata Giuliana di Pillo è arrivata in testa con il 30,1% dei voti e si confronterà al ballottaggio con Monica Picca di Fratelli d’Italia che ha ottenuto il 26,78% dei voti. Risulterà decisivo il 9% ottenuto dalla formazione della destra radicale Casapound. Nelle elezioni del 5 novembre scorso si è registrato anche uno scostamento inverso: il candidato Micari si è fermato al 18,7% mentre i partiti della coalizione che lo sostenevano (il PD in testa) hanno ottenuto complessivamente il 25,4%. Il PD, in Sicilia, è apparso come una “cosa” che altri, Renzi in testa, possono usare a loro piacimento. Non c’è stato, invece, uno scostamento significativo tra i voti ottenuti da Musumeci e i voti dei partiti della coalizione che lo hanno sostenuto. Poiché il voto complessivo della sinistra oltre il PD – nel 2012 con candidatura Marano (allora candidata con l’Italia dei Valori oltre che con Fava) e nel 2017 con candidatura Fava – è rimasto sostanzialmente invariato, è il centrosinistra facente perno sul PD e su AP di Alfano ad avere registrato la maggiore perdita poiché dagli oltre 600mila voti di Crocetta è passato a meno di 400mila di Micari benché le liste collegate abbiano ottenuto complessivamente 488.939 voti. Si deduce, da questi dati, che l’area di centrodestra ha mantenuto voti ed elettori poiché la somma dei voti ottenuti da Musumeci e Miccichè nel 2012, pari a 833.134, è praticamente uguale ai voti ottenuti da Musumeci lo scorso 5 novembre, e cioè 830.821. è quindi evidente che se cinque anni fa il centrodestra avesse presentato un solo candidato, avrebbe vinto, confermando la tesi di chi sostiene che l’elettorato siciliano è largamente moderato. I circa 200mila voti persi dal centrosinistra sono andati solo in parte al candidato del M5S e ancor meno al suo partito; probabilmente hanno preferito l’astensione ma gli astenuti del centrosinistra sono stati sostituiti da una parte degli elettori che non avevano votato nel 2012: solo così si può spiegare il consistente aumento di voti per Cancelleri e per il M5S che è passato dal 14,9% al 26,7%. I fattori personali hanno avuto grande importanza. Nel centrodestra, l’impegno di Berlusconi, Salvini e Meloni, conferendo una dimensione “nazionale” alla candidatura di Musumeci, ha fornito elementi a chi si oppone ai grillini, che fino a pochi mesi fa erano dati per sicuri vincitori. Nel centrosinistra, a parte le polemiche lo hanno travagliato nell’ultimo anno, Micari è apparso un po’ distante dai gangli del potere ma, soprattutto, è fallito il tentativo di Renzi di portare Pietro Grasso ad accettare la candidatura.

È evidente che il presidente del Senato, considerazioni istituzionali a parte, non ha voluto bruciarsi: in pratica, ha sfiduciato Renzi, che poi ha scelto una posizione ambigua sull’importanza del voto siciliano, deludendo molti elettori dell’isola. Ora, con 36 seggi conquistati su 70, Musumeci ha anche la maggioranza nell’Assemblea regionale per governare. Il primo problema che dovrà risolvere con i fatti e non con le parole è quello di modificare l’immagine della Sicilia e della sua classe politica. Il voto siciliano, proiettato su scala nazionale, non ha mutato la situazione che si è delineata da un anno circa, esattamente dal 4 dicembre 2016 con il risultato del referendum costituzionale che ha messo fine alla “magia renziana”.

Gli effetti principali sono:

una spinta verso una stretta alleanza fra le tre principali forze del centrodestra (FI, Lega e Fd’I), che restano però distinte per obiettivi e base elettorale. FI si è giovata di un rinnovato impegno di Berlusconi ma è incerto il modo in cui potrà essere giocata e rigiocata questa carta. In realtà, solo la Lega può vantare la buona amministrazione di Lombardia e Veneto e proporla come modello nazionale contrapponendosi al M5S e alle sue contestate gestioni amministrative di Roma e Torino. I risultati di FI in Liguria (con Toti) devono ancora consolidarsi. Se FI punta, dopo le elezioni politiche che si terranno tra marzo e maggio 2018, a una “grande coalizione” con il residuo PD renziano, il centrodestra, dopo avere eventualmente vinto le elezioni, si spaccherebbe perché lo slogan che per il momento lo tiene insieme è “uniti si vince”;

la presenza di un “invitato di pietra”, cioè Pietro Grasso, tra la maggioranza renziana e l’opposizione che, comunque, non ha leader nuovi e pacificatori da proporre. Sui destini del PD potrà influire il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, decidendo quando sciogliere le Camere tra marzo (la peggiore soluzione per Renzi) e maggio, su cui si allinea Gentiloni che, nel frattempo, cerca di aumentare i consensi accontentando un po’ tutti;

Renzi non può più affermare che il Pd è la “diga” contro il M5S; potrebbe, dopo il voto della Sicilia, affermarlo il centrodestra: ma gli conviene? La DC, per quattro decenni, fece da “diga” contro il PCI (o il comunismo), con i risultati che si conoscono. Certo, fare da “diga” è più facile e comodo in termini propagandistici, ma non sembra intaccare quella metà dell’elettorato che non è più andato a votare. Per riportare i cittadini alle urne occorrono idee nuove e forti, che per il momento nessun leader o forza politica nazionale ha elaborato. Una corsa a motivazioni fortemente “autonomistiche”, dopo i referendum in Lombardia e Veneto, potrebbe essere una tentazione per sostituire apparentemente progetti più seri, ma non è stato ancora inventato un treno senza l’ultimo vagone.

 

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