Sturzo aveva previsto il declino


Sturzo aveva previsto il declino

 

I valori ideali servono per perseguire il bene comune
 di Gianfranco Morra 
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 Mentre la campagna elettorale si scalda in attesa delle elezioni di marzo due eventi sono accaduti la scorsa settimana che possono aiutarci a scoprire ciò che oggi manca sempre più alla politica: il suo fondamento ideale. Quell’insieme di princìpi che nascono come idee morali (libertà, eguaglianza, solidarietà, giustizia) e si traducono poi nelle ideologie. Senza i quali la politica diviene tecnologia neutrale, quando non anche intrallazzo immediato ed effimero. Un ateo come Pierre Proudhon riconosceva che la politica è sempre teologica, non solo quella «cristiana», ma anche quella «laica»: «au fond de la politique nous trouvons toujours la théologie», in fondo alla politica noi troviamo sempre la teologia. Liberalismo e socialismo sono state «eresie cristiane», cioè annunci di salvezza che traducevano in chiave mondana quel messaggio evangelico che permea tutta la cultura europea.

Ecco perché la Chiesa ha sempre fatto politica, prima come potestas directa, poi indirecta e ora dirigens. E a partire dalla enciclica «Rerum Novarum» ha definito i princìpi della dottrina sociale. Che è stata l’argomento delle quattro giornate del Festival di Verona, appena concluso, sul tema «Fedeltà e cambiamento». Una giusta iniziativa, visto che da alcuni anni la Chiesa, nella sua rincorsa a un mondo che le scappa via, parla soprattutto di problemi contingenti e parziali, come è anche giusto, ma col rischio di trascurare i criteri generali che consentono al politico cristiano di avere una sua identità.

In tal senso appare importante il secondo evento, di venerdì scorso: la conclusione della prima fase della causa di beatificazione di Luigi Sturzo. E quasi a celebrare questo evento Giovanni Palladino ha pubblicato un’opera che ripropone la personalità di Luigi Sturzo (Rubbettino, pp. 244, euro 19). Si tratta del figlio di quel Giuseppe che di Sturzo fu amico ed esecutore testamentario. Da mezzo secolo con una intensa attività egli porta avanti una rivalutazione del sacerdote siciliano.

Ma ha ancora senso parlarne? Molte proposte di Sturzo sono state attuate: il suffragio universale, il voto alle donne, un federalismo che unisce, l’unione europea. Inserì i cattolici nella politica col Partito Popolare, subito cancellato da Mussolini. Cominciarono per lui 22 anni di esilio. Ma l’esilio più amaro fu al suo ritorno in Italia, dove fu fatto Senatore a vita, ma anche isolato da quelli che chiamava «demicristiani» perché avevano dimenticato il popolarismo e seguivano idee e prassi fortemente incompatibili proprio con la dottrina sociale della Chiesa.

Gli anni sino alla morte, nel 1959, furono per Sturzo di polemiche ininterrotte. Cattolico aperto al liberalismo, era stimato da Gobetti, che lo definì «il messianico del riformismo», da Croce ed Einaudi. Combatté in politica l’apertura della Dc ai socialisti, in economia l’industria di Stato di Mattei e il populismo alla La Pira, e nell’amministrazione quel Welfare che riteneva un mostro antieconomico. Ma, soprattutto, svolse una purtroppo inutile opera di moralizzazione, mostrando che ormai trionfavano quelle che, un mese prima di morire, chiamò «le tre malebestie della democrazia»: «lo statalismo contro la libertà, la partitocrazia contro l’eguaglianza, l’abuso del denaro pubblico contro la giustizia».

Sturzo morì nel 1959, alla vigilia della svolta della Dc con la nascita del centrosinistra. È noto che lamentava la mancanza nell’Italia degli «opposti estremismi» di una destra liberaldemocratica, con la quale il partito dei cristiani potesse allearsi. Ma la sua opposizione al centrosinistra non era solo politica, era più ancora antropologica. Egli prevedeva quanto poi accadde: un partito cristiano che agisce secondo i miti e i progetti della sinistra, in quanto non ha alcun interesse per la cultura, ma solo per il potere economico e politico. Una classe politica degradata, dunque, da «dirigente» a «dominante». È stato il paradosso degli anni Settanta-Ottanta: la sinistra del Pci conquistò tutta la cultura, in nome di un grande intellettuale come Gramsci; il mondo cattolico non ebbe il coraggio di fare la stessa operazione con Sturzo, anzi non ne fece nessuna. E la Balena bianca si condannò alla graduale estinzione.

Come tutte le grandi intelligenze politiche Sturzo aveva intuito ciò che sarebbe accaduto: «I punti cardinali della scuola sociale cattolica: la coesistenza e collaborazione delle classi sociali nel quadro della elevazione dei ceti proletari non avranno più cittadinanza. Il Paese crederà che solo piegandosi al socialismo i democristiani abbiano potuto fare qualcosa di serio». La convinzione di Sturzo era la stessa che papa Leone XIII gli aveva espresso in una lettera: «la democrazia o sarà cristiana o non sarà affatto». Non c’entra il clericalesimo, dal quale Sturzo fu lontanissimo. Si tratta di riconoscere per quali ragioni in nessun’altra civiltà diversa da quella europea c’è stata democrazia: «cristiana, organica, popolare e sociale». È un modello ideale, che tutti coloro che si riconoscono nella tradizione europea, laici o religiosi che siano, possono ancora far proprio.

Fonte: Italiaoggi.it

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