ITALIA: LE ISTITUZIONI SVILITE


ITALIA: LE ISTITUZIONI SVILITE

 

di Alessandro Corneli

 

 

Le istituzioni – quelle indicate nella Costituzione: Parlamento, Governo, Presidenza della Repubblica, ecc. – non sembrano godere, in Italia, di molto rispetto. Non da parte dei cittadini, anche se il forte assenteismo elettorale che si sta manifestando potrebbe essere interpretato come un segnale di progressivo distacco dell’opinione pubblica dalle istituzioni; ma da parte della stessa classe politica. Sarebbe comodo poter dire che questa è una cronaca valida per questi ultimi anni. Purtroppo è cosa vecchia. Di nuovo c’è che la sfiducia sembra estendersi a tutte le istituzioni contemporaneamente. Prendiamo il caso dell’istituzione più prestigiosa: la presidenza della Repubblica. È la più prestigiosa perché è la sola con una durata fissa e lunga: sette anni; inoltre non si esclude la rielezione del Presidente uscente. Ebbene, eccetto il caso di Luigi Einaudi, le battaglie per il Quirinale sono state combattute dalle forze politiche, e all’interno di esse, principalmente per impedire che qualcuno fosse eletto, approfittando anche di eventi esterni. Leader come Merzagora, Fanfani, Moro, Andreotti, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione, avevano titoli per la carica sicuramente non inferiori a chi poi, grazie alle circostanze, è stato eletto. A questi nomi si possono aggiungere, in epoca recente, anche quelli di Romano Prodi e di Giuliano Amato. È poi accaduto che le forze politiche incapaci di far vincere il loro candidato abbiano ripiegato su nomi di bandiera per dimostrare la loro estraneità alla scelta del Capo dello Stato. Lo stesso inquilino del Quirinale ha poi oscillato tra un ruolo notarile e un ruolo interventista, talvolta recitato dalla stessa persona, confondendo l’immagine dell’istituzione. Passiamo al caso del Parlamento, che è l’organo-chiave della Costituzione che, infatti, delinea un regime politico parlamentare, ovvero un regime nel quale è il Parlamento votare in esclusiva le leggi (convertendo in legge i decreti eventuali del governo) e concede o toglie la fiducia al Governo. Nella cosiddetta Prima Repubblica, la partitocrazia prese il posto della democrazia parlamentare concentrando il potere sulle Segreterie dei partiti e poi si trasformò in correntocrazia che portò alla crisi anche delle Segreterie dei partiti e dei partiti stessi. Nella cosiddetta Seconda Repubblica, sviluppando segnali già apparsi prima del 1993-1994, il leaderismo – dei grandi come dei piccoli partiti – ha trasformato i parlamentari in compagnie di ventura agli ordini di un capo ma sempre pronte a frantumarsi e a cambiare casacca. Metà dei parlamentari, attualmente, ha cambiato gruppo parlamentare. Di contro, i fedelissimi, che poi sono i cosiddetti “nominati” dal capo, cioè posti in lista con la certezza di vincere il seggio. Come se non bastasse, le leggi sono sempre meno di iniziativa parlamentare e sempre più di iniziativa governativa mentre le crisi di governo sono quasi sempre extraparlamentari. A che serve, allora, eleggere un siffatto Parlamento?

Veniamo al Governo. Non soffermiamoci sulla durata media (un anno nella Prima Repubblica, un anno e tre/quattro mesi nella Seconda Repubblica) quanto piuttosto sul fatto che il Presidente del Consiglio, da primus inter pares come delineato originariamente in Costituzione, è diventato – grazie anche ai mass media che tuttavia non hanno un potere formale al riguardo – “il Premier”, circondato da pochi fedelissimi, relegando i diversi ministri a un ruolo secondario, eccezionalmente portando alla ribalta l’uno o l’altro in funzione di particolari iniziative. Fa un po’ eccezione il ministro dell’Economia, che talvolta assume il ruolo di anti-premier, ma soprattutto gioca sulla competenza in materia che i suoi colleghi e il Premier, di solito, non hanno. Accenniamo appena al fatto che presidenti del Consiglio o singoli ministri hanno approfittato del ruolo per fondare propri partiti o correnti. Ovviamente l’immagine del Governo come promotore della “politica nazionale” si è gradualmente deteriorata. A coronamento di tutto questo, la legge elettorale da poco approvata – stando ai sondaggi – non consentirà a nessun partito o coalizione di conquistare la maggioranza in Parlamento e poiché, stando alle dichiarazioni, nessuna delle tre maggiori forze politiche si dichiara disposta ad allearsi con altri, sembra esclusa anche la formazione di una maggioranza di coalizione. Una legge, quindi, che non darà vita né a una maggioranza parlamentare né a un governo. D’altra parte, se valgono le considerazioni sopra svolte sulle altre istituzioni, non si vede come sarebbe stato possibile fare diversamente. Le leggi rispecchiano chi le fa. Di questo non è responsabile il corpo elettorale ma, come detto all’inizio, la classe politica, la quale ha dimostrato e sta dimostrando di non tenere nella giusta considerazione quelle istituzioni che essa stessa, di fatto, incarna e ne determina l’attività quotidiana. Esse sono viste come strumenti per la conquista del potere e la sua conservazione il più a lungo possibile o per ottenere posizioni fortificate da cui continuare a fare politica. È del tutto superfluo accennare alle conseguenze che si sono avute nelle altre istituzioni previste dalla Costituzione: dalla Corte costituzionale al Csm, dalla Magistratura in genere al Cnel. Quanto alle Regioni, non solo l’autonomia non ha – salvo eccezioni – stimolato le singole capacità ma sta provocando crescenti tensioni tra le diverse parti del Paese, in verità non molto pericolose perché fortemente strumentali alle battaglie politiche contingenti. Sembra ovvio che ci vorrebbe un messaggio forte per arrestare questo lento inabissamento dell’Italia, che nessun Paese “amico” mostra di volere scongiurare con i fatti.

Ma sul “Titanic” l’orchestra continua a suonare.

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