MOLTO È STATO FATTO. TANTO È ANCORA DA FARE


MOLTO È STATO FATTO. TANTO È ANCORA DA FARE

 

di Giampiero Cardillo

 

 

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Giovanni Palladino ha portato a termine il faticoso, lunghissimo (22 anni) compito-dovere di avviare don Luigi Sturzo all’onore degli altari. Le pesanti casse dei documenti probatori, sigillate il 24 novembre scorso da mons. Oder in Vicariato, sono giunte in Vaticano per la fase finale del percorso di beatificazione. Un primo miracolo, occorso per intercessione di don Luigi, è già al vaglio della Commissione Vaticana competente. Ciò incoraggia il poter sperare nella rapida beatificazione di don Luigi. E questo è un fatto. Un bel fatto compiuto.

Mentre percorreva la strada impervia della beatificazione di Sturzo, Giovanni Palladino ha “scoperto” l’attualità e l’attuabilità del pensiero politico sturziano. Ha trovato sodali altrettanto convinti, anche illustri e illustrissimi e ha organizzato un partito (Popolari Liberi e Forti- PLF), ha presentato liste regionali (Sicilia) e metropolitane (Roma). Ha verificato che le “leggi” fisiche e chimiche del “teatro elettorale” tengono poco conto della grandezza esemplare del pensiero politico e amministrativo sturziano e del suo concreto, evangelico esempio. Ha misurato gli effetti devastanti della “moderna” politica-spettacolo, fatta di opinioni senza convinzioni, di “necessari” costi espressi nella perdita di umana moralità e dignità e dai costi materiali altissimi da sostenere per attivare la “macchina del consenso”. Ha toccato con mano il danno immenso inflitto alla “buona politica” di ispirazione cristiana. I danni subiti a causa dei troppi decenni di sistematico “esilio” culturale e politico toccato a Sturzo e ad altri grandi e isolati protagonisti della vita politica, culturale, imprenditoriale ispirati dal Vangelo. Palladino ha verificato che a tale condanna al “silenzio” politico e morale hanno partecipato in massa, in ogni tempo, non solo i nemici giurati della Dottrina Sociale della Chiesa, della quale Sturzo fu campione e maestro. Una condanna sostenuta nel tempo soprattutto dagli attuali, sedicenti militanti politici e culturali di “area cattolica”.

Giovanni Palladino, assistito anche da grandi uomini di azione e di pensiero (ricordo solo, mons. Pennisi, Gaspare Sturzo, Marco Vitale, Eugenio Guccione, Fratel Donato Petti, Alessandro Corneli e molti altri), dopo aver chiuso il “partito” (PLF), ha dato un’occasione alla speranza informativa e formativa sturziana, costituendo l’associazione di cultura e formazione politica “Servire l’Italia”. Non solo. Palladino, aiutato dai suoi grandi amici-sostenitori, ha continuato a tessere una tela di relazioni politiche con i fili che produceva la fin troppo flebile onda mediatica suscitata attorno a Sturzo, grazie alla sua incessante e caparbia attività di promotore del pensiero e dell’azione del presto beato don Luigi. Ciò premesso, vorrei riflettere, assieme a chi avrà voglia di leggermi, circa la organizzazione del più da farsi a questo punto. Cosa fare per meglio valorizzare il grande risultato già raggiunto del riconoscimento ecclesiale del cammino di santità di don Luigi? È un cammino replicabile anche da chi voglia anche oggi percorrere con fedeltà evangelica, competenza ed onore, la strada della politica e dell’amministrazione pubblica e privata? C’è, a mio parere, una risposta valida riferita ad ogni singolo “ambiente” praticato dai seguaci di Sturzo. Immagino che non sia chiaro solo a me quanto conti l’ambito, l’ambiente in cui si svolge l’attività di valorizzazione del pensiero sturziano, per quanto contano le ritualità, le possibilità e le impossibilità specifiche delle quali si deve tener conto per poter praticare tali ambiti senza esserne travolti. Infatti, un ambiente come quello “ecclesiale” segue “tempi e leggi” ben diversi da quelli che regolano “l’ambiente formativo pre-politico”. Questi primi due “ambienti” sono a loro volta retti da regole ben diverse da quelle che regnano in un “ambiente elettorale”. E ritengo sia di solare evidenza che solo delle grandi sinergie, suscitate nel servire il bene comune in questi diversi “ambienti”, potranno riuscire a disancorare la corazzata incagliata del pensiero e dell’azione sturziana, per farla navigare nei nostri mari politico-economico-sociali, così tanto inquinati, pieni di insidie, di disincanto, di sfiducia e di complessità da risolvere. L’ambito ecclesiale, innanzitutto, con le sue “leggi” e i propri “tempi”, ha risposto positivamente nel 2017, circa la venerabilità di Sturzo, scomparso nel 1959 e si appresta a sancire la beatificazione di un uomo che ha santificato la propria vita servendo in politica. Ed è solamente la seconda volta, dopo S. Tommaso Moro, morto nel 1535 e canonizzato solo nel 1935, che la politica viene assunta all’interno di un cammino di santità. Una determinazione, come si vede dai tempi, difficile e sofferta. Le conseguenze nell’ambito ecclesiale, le iniziative concrete necessarie e conseguenti, rebus sic stantibus, potrebbero e dovrebbero essere, a mio parere, almeno tre:

il rilancio della negletta Dottrina Sociale della Chiesa e della semi-sconosciuta Economia Sociale di Mercato. nelle Università Cattoliche, sia nei seminari, che nei mezzi di informazione “propri” della Chiesa, come pure nei “programmi pastorali”. È auspicabile che ciò avvenga sia in Italia che in Europa, utilizzando non solo il nome e la memoria storica del fare concreto sturziano, ma anche quella dei suoi non pochissimi sodali e imitatori consapevoli o inconsapevoli a lui coevi. Senza trascurare, però, anche l’esempio delle personalità che vivono anche oggi un concreto impegno sturziano, non solo in campo accademico;

l’istituzione di centri di eccellenza per la formazione, per “formare i formatori”, dedicati ai laici, con sessioni che abbiano al centro dell’insegnamento proprio la Dottrina Sociale della Chiesa, a partire dalla formazione dagli insegnanti laici delle scuole cattoliche;

la proposizione diretta per compiti politici e istituzionali di “personale” proprio: “fratelli”, sacerdoti, anche diocesani, opportunamente formati, laddove e quando possibile.

Questi sono gli sviluppi che debbono, a parer mio, necessariamente discendere da un impegno deciso delle gerarchie ecclesiastiche di ogni livello e specie. Altro e diverso ambiente è quello, oggi già in nuce, variamente suscitato e gestito da laici per la formazione pre-politica, che punta sulle competenze (professionali, culturali, imprenditoriali). Persone raccolte e formate da sodalizi simili a “Servire l’Italia”. Il loro coordinamento organizzativo e finanziario è per ora inconsistente e irrilevante. Occorre, perciò, generare una organizzata convergenza delle attività di vari sodalizi in centri operativi comuni per i seguaci di Sturzo, Olivetti, Toniolo e di altre figure significative ancora oggi. Tali centri operativi comuni, dovrebbero essere sostenuti dalla produzione di esempi concreti che testimonino la capacità di fare bene, mediante la progettazione e l’esecuzione di azioni concrete, da sperimentare su selezionati territori vocati ad accoglierli. I frutti dell’attività profusa in questo “ambiente” dovrebbero essere almeno tre:

I. l’elaborazione didascalica di alcuni progetti-simbolo, significativi, distintivi e caratterizzanti, ben ancorati a territori determinati o per la soluzione di incombenti problemi generali;

II. la selezione, ove possibile, di “personale” da proporre specialmente per il governo locale e, ove possibile, anche nazionale ed europeo. Persone che in grado di essere sostenute per “conquistare” la responsabilità di condurre Istituzioni politiche e amministrative, anche mediante opportune e selezionate alleanze;

III. il “reclutamento” di personalità già presenti nelle Istituzioni, che manifestino il desiderio e la necessità di approfondire i loro legami interpersonali per il buon governo di matrice sturziana, chiedendo di militare in un ambiente favorevole allo scambio di idee e progetti di identica o compatibile matrice discendente dalla Dottrina Sociale della Chiesa.

Infine, last but not least, “l’ambiente” della contesa politico-elettorale. È il più ostico e complesso dei tre ambienti frequentabili da sodalizi simili a Servire l’Italia. È l’ambiente ove è più denso il rischio di inquinamento della genuina fonte sturziana, giacché si propone con caratteristiche assai mutevoli persino nelle “regole” che lo governano. Un ambiente dove c’è il rischio di compiere facilmente errori, che possono ricadere anche sull’attività svolta negli altri due ambienti e comprometterne la sussistenza operativa. Una prima prova di tenuta del duro proposito di “Servire e non servirsi” è data “dall’ospitalità” che offrono altre organizzazioni già mature, finalizzate sia alle elezioni, che alla conseguente spartizione del potere Istituzionale. I rischi sono evidenti. E sono rischi acutissimi quando “l’ambiente” elettorale è governato da norme che obbligano a coalizzarsi, per poter essere significativi, potendo contare solo su una propria piccola forza elettorale.

Si è costretti a coalizzarsi, a ritenersi garantiti dalla parola di chi è storicamente avvezzo a non mantenerla, a concedere i “diritti” di utilizzare un inestimabile patrimonio politico e culturale come fosse un brand commerciale. Per non rischiare si è, a volte, “costretti” a desistere, a non partecipare alla contesa e a continuare a lavorare, nel lungo periodo, per far maturare le condizioni più opportune. Desistere per essere certi, in futuro, di poter e saper operare con una sana indipendenza che abbia, però, anche una possibilità di successo elettorale. Ma anche nella austera, laboriosa, quanto isolata, desistenza ci sono rischi e pericoli. C’è il rischio che il lungo periodo possa diluirci come un acido fino a farci scomparire. C’è il rischio che, in assenza di frutti o punti di forza finanziari o istituzionali, le condizioni di progressiva carenza di uomini e mezzi ci impediscano anche di poter esemplificare il nostro spirito di servizio nella realtà operativa, con “progetti” ben curati e realistici o con progetti formativi e informativi. C’è il rischio di mancare, perciò, del giusto appeal e della necessaria attenzione mediatica, che le presenze istituzionali “conquistate”, invece, faciliterebbero. In conclusione: rimanere al di qua dell’impresa elettorale non basterebbe a garantire in futuro l’indispensabile successo elettorale e la presenza nelle istituzioni. Ed è innegabile che è proprio questo tipo di concreto successo ciò che finalizza e ottimizza il voler essere servitori del bene comune. Senza il successo elettorale e senza il governo di Istituzioni si è irrilevanti, ombre politiche. Non bastano le energie profuse in altri “ambienti” pre-politici, non elettorali o non istituzionali, se poi non si arriva, come arrivò Sturzo, al “governo” delle Istituzioni. Ricordo che don Luigi, nel 1919, ha potuto contare su un sistema di regole elettorali di tipo proporzionale, che lo posero nella condizione ideale per non dover rischiare contaminazioni causate da alleanze o cooptazioni pericolose. Si afferma, perciò, il vero sia se si ritiene “l’isolamento preventivo” inutile, sia affermare che si rischia una contaminazione mortale l’essere cooptati in altri sodalizi elettorali meglio organizzati per vincere elezioni e posti di governo Istituzionali. Dobbiamo, perciò, uscire dall’impasse e riflettere sull’esistenza di una “terza via”. Una “terza via” è già, invero, in gestazione presso movimenti con noi federati o in via di federazione: il MovimentoNoi e l’Istituto Toniolo, ad esempio. Sono produttori di ottimi progetti di grande successo Istituzionale e mediatico, che hanno una risonanza forte sul territorio locale e riflessi non trascurabili sul piano nazionale. Si fanno conoscere “facendo” e facendo cose pregevoli, che danno loro grande visibilità e consenso ammirato. Raccolgono così sempre più fondi, persone di talento e idee per ulteriori cimenti. Non nascondono, anzi ostentano la loro disponibilità per il governo del territorio. Intanto mostrano abilità, concretezza e organizzazione sempre più innovativa e ramificata, che cresce alimentandosi del successo dei loro progetti realizzati. Adottano un principio: per credere in qualcuno occorre che questi abbia fatto prima molto bene il bene, per poter essere credibile.
È una strada che nasce, normalmente, in ambiente ecclesiale. Poi si inerpica nella formazione di strutture operative selezionate di provata fede nella Dottrina Sociale della Chiesa. Infine si attrezza per essere un protagonista ben strutturato capace di affrontare anche l’ambiente elettorale, con una squadra completa pronta al governo, ben formata e fedele al Vangelo. È congeniale a questo “modello di terza via” la dimensione cittadina e provinciale. Sviluppando un network con altri sodalizi simili, il modello potrebbe avere successo anche in una dimensione multi-regionale. Così facendo, potrebbe crescere la dimensione dei progetti territoriali, per mostrare più grandi vie di sviluppo concreto in vari settori. La strada elettorale, da locale che era potrebbe diventare un’autostrada, federando più iniziative del genere in varie regioni per un successo elettorale anche regionale o nazionale. Don Sturzo fece conoscere al territorio la sua abilità e il suo talento amministrativo ben prima di presentarsi alle elezioni. Raccolse fiducia e consensi dopo aver portato a termine alcuni progetti di sviluppo del territorio di suo interesse. È, perciò, un metodo sturziano quello che stanno disegnando e utilizzando in Calabria e in Veneto. Occorre riflettere se si tratti di un “modello” che oggi sta avendo successo solo per una favorevole “coincidenza astrale”: un eccezionale, episodico, coagulo di talenti e circostanze. Oppure se si tratti di un virtuoso modello talmente attrattivo, da ritenersi standardizzabile e ripetibile ovunque possibile, capace di sviluppare sinergie utili ad operare progressivamente nei tre “ambienti”. A iniziare da quello ecclesiale, per agganciare quello della formazione specifica politico-amministrativa dei laici fedeli al Vangelo, per poi approdare, dalla organizzazione pre-politica laica, al “teatro” elettorale e alle responsabilità Istituzionali.

Esiste questa “terza via” o è solo una mia illusione ottica? Se non esistesse, occorrerebbe accettare i rischi del “teatro di guerra elettorale”, per non precipitare nell’irrilevanza progressiva, anche in presenza di una auspicabile attivazione straordinaria “dell’ambiente ecclesiastico”, nel senso e con la forza espressiva che ho immaginato necessaria.

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